Nell'orto di Tullio
-
Eravamo stanche, stressate dal vociare, dall’insulto gratuito e programmato,
invocato negli animi più insani degli attori onnipotenti, così si ritenevano i
nuovi e vecchi politici coccolati ed elogiati dagli esperti massimi della
comunicazione. Urgeva porre fine a questa barbarie.
Bene,
quindi, l’intervento che abbiamo fatto: mutare il significato semantico di
alcuni vocaboli. Alcuni depotenziandoli, sminuendoli, quasi facendo scomparire
la loro natura; altri, rendendoli potenti, soprattutto quando penetravano nelle
menti e nei cuori dei destinatari. Per esempio: il termine urlato “vinceremo”
s’afflosciava in uscita per diventare “abbiamo paura.” Così il comico
stralunato non s’accorgeva della mutazione avvenuta.
I morfemi, in
assemblea riuniti, ascoltavano attenti la relazione introduttiva dell’oratore
designato. Con i fonemi invitati che
festeggiavano felici.
Non era questa la decrescita felice agognata da Latousche,[1] quella che studiosi e
politici insieme, pochi per la verità, avevano sognato nel vicino passato,
negli anni dello sviluppo economico bulimico e sprecone.
Ora l’Unione Europea, prigioniera della sua breve storia,
lacerata e divisa, si tormenta non sapendo con chiarezza quale ruolo avere in
questo secolo nuovo. Soprattutto non sa riconoscersi veramente, non sa
guardarsi allo specchio.
L’Italia sminuzzata nei suoi particolarismi sembra la stessa
che con dovizia descriveva Guicciardini, toscano contemporaneo di quel Niccolò
Machiavelli, segretario della Seconda Cancelleria di Firenze. Colui che fondò
il mondo dell’agire politico; ignorato nel nostro Paese per lunghissimo tempo e
ancor oggi assai poco conosciuto e studiato.
- Se solo avessimo potuto
conoscere meglio il nostro passato e come arrivammo all’unificazione, con grave
ritardo e peripezie varie, oggi forse sapremmo coniugare diversamente le
mutazioni e le difficoltà, memori del Rinascimento e la Beltà non ci sarebbe così
estranea, da rincorrere per acciuffarla, assaporarla.
-Era diverso, caro Tullio, il
mondo che sognavamo ascoltando i versi poetici dei cantori sardi, nelle calde
serate estive trascorse insieme, discutendo fino all’apparire dei primi
bagliori mattutini. In compagnia del Vermentino.
-Penso che tu abbia ragione,
amica mia.
Nell’orto di Tullio, Barbara
coltivava lattuga e pomodori e non si stupiva del risultato elettorale.
- Non è forse un etrusco il vincitore Renzi?
- Certo che lo è. Proviene dalla patria del Rinascimento – rispondeva Berenice. - In quell’Etruria dove approdammo tempo fa, non dimenticarlo.
- Non è forse un etrusco il vincitore Renzi?
- Certo che lo è. Proviene dalla patria del Rinascimento – rispondeva Berenice. - In quell’Etruria dove approdammo tempo fa, non dimenticarlo.
[1]
G. Latousche, il filosofo della decrescita felice, riteneva Berlinguer essere a
lui vicino, quando nel lontano 1977 il segretario del Pci invocava un radicale
cambiamento della nostra società.
..“L’austerità è il mezzo per contrastare e porre le basi al superamento di un sistema entrato in una crisi strutturale. Un sistema dove sprechi, sperpero, esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenato alimentano un consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà e significa giustizia.”
..“L’austerità è il mezzo per contrastare e porre le basi al superamento di un sistema entrato in una crisi strutturale. Un sistema dove sprechi, sperpero, esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenato alimentano un consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà e significa giustizia.”
E. Berlinguer, Conclusioni al Convegno degli
intellettuali. ( Roma, 15-11-1977)