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domenica 3 luglio 2011

Opposizione costruttiva –



Il Po e i suoi pioppi
Il Centro variegato


Il grande Vanitoso chiede all’Opposizione parlamentare, cioè ai comunisti, come lui ama definirli, comprensione e collaborazione con il suo governo in libera caduta. Lo chiede non per il Paese, ma per se stesso e per i suoi accoliti interessati.



Per non sembrar irriguardosa l’Opposizione nel Consiglio Comunale adriese si dichiara fin da subito pronta a collaborare con la seconda giunta Bobo, quasi che il termine che la qualifica fosse eccessivo, esagerato.
Qualcuno, ogni tanto, aggiunge l’aggettivo “costruttivo”, per stemperarne il significato e renderla perfino attraente per chi governa.
La Minoranza consiliare del Pd, dopo la seconda sconfitta, si è riproposta con il canovaccio del 2009, senza però il suo storico stratega Spinello. Il quale, secondo taluni, pur fisicamente assente dal Consiglio, si troverebbe comunque tra le fila dei neo consiglieri. Tra i cittadini interpellati, nessuno ha saputo spiegare il perché di questo accidente.

Il Centro variegato, felice della prova elettorale, ha ritrovato invece la sua portabandiera per opporsi.
La Tescaroli, infatti, condottiera deliziosa nell’elezione di maggio, ha subito dichiarato d’essere pronta a collaborare con la nuova Amministrazione di Destra e, non paga, ha osato affermare: ”La nostra alleanza con il “Centro-Sinistra è stata una scelta dettata dalla necessità contingente; non abbiamo niente in comune con l’estrema sinistra.” Finalmente s’è confessata, hanno esultato in molti al bar Centrale.
I più maligni hanno subito pensato male di lei per questo suo biglietto da visita. Poi si sono ricordati che ha partecipato, con Rifondazione Comunista, alle diverse Amministrazioni Comunali adriesi, come assessore e Presidente del Consiglio e di conseguenza hanno smesso serenamente di pensare, sfogliando il suo curriculum.
I passaggi di casacca, si sa, non fanno ormai più notizia, neppure i più spettacolari come il suo: con il Centro-Sinistra di Ruzza e compagni insieme al ballottaggio, contro una sua parte, dopo la sconfitta.
Ciò che ha più stupito la platea adriese, però, sono stati i due termini “necessità contingente.” Cosa voleva dire Stefi con quelle parole?
Al Sottoscala, luogo di disquisizioni popolane, tutti hanno subito compreso il significato concreto di quell’espressione un po’ misteriosa e maligna, quindi hanno deciso di derubricare la questione e parlare di calcio.
Gli amici e i suoi sostenitori con commozione sincera l’hanno invece chiamata al telefono per congratularsi con lei per l’animo schietto dimostrato. Non importa se con ritardo e in quella maniera.

gf


LA GUERRA DEL CARBONE 2


Domenica 3 Luglio 2011, dal Gazzettino
ROVIGO - Anche l'Emilia Romagna dice no al carbone a Polesine Camerini. Il Movimento 5 stelle si sta muovendo a livello regionale con un'interrogazione scritta proposta dal consigliere regionale grillino Giovanni Favia, che ha trovato l'appoggio dei capigruppo di maggioranza Barbati (Idv), Monari (Pd), Naldi e Meo (Sel-Verdi) e Sconciaforni (Fds). La richiesta al governatore dell'Emilia Romagna (che è anche presidente della conferenza Stato-Regioni) è quella di «opporsi alle decisioni della Regione Veneto che in sfregio a sentenze del Consiglio di Stato, si prepara a modificare la propria legge regionale istitutiva del Parco del Delta del Po veneto, assecondando i progetti di Enel e spianando così la strada alla riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle».
      Secondo il rappresentante del Movimento 5 stelle di Rovigo, Vanni Destro, «nelle considerazioni del consiglio regionale veneto, laddove intenda modificare l'articolo 30, non può non essere tenuta in considerazione l'opposizione della Regione Emilia Romagna che per la vicinanza all'impianto di Porto Tolle, subirebbe pesanti ricadute in termini di inquinanti dalla riconversione a carbone della centrale Enel».

sabato 2 luglio 2011

LA GUERRA DEL CARBONE -

 Contributo segnalatomi -


TERRA TERRA di Marina Forti
dal Manifesto
1 luglio 2011




Chiudere le centrali elettriche a carbone negli Stati uniti «potrebbe essere più facile di quello che sembra», scrive Lester Brown, fondatore del Earth Policy Institute di Washington, nell'ultimo articolo messo sul suo sito web. «Nonostante una campagna, generosamente finanziata dall'industria, per promuovere il «carbone pulito», gli americani si stanno rivoltando contro il carbone», nota Brown, e riferisce come negli ultimi anni si sia rafforzato «un movimento contro la costruzione di nuove centrali a carbone» negli Stati uniti. All'inizio sono stati alcuni casi locali di resistenza, ma è «presto diventata un'ondata nazionale di opposizione da parte di gruppi ambientali, per la salute, di agricoltori e di comunità locali». Interessante: non è il tipo di notizia che i grandi media ci riferiscono spesso da oltre oceano. E un rapporto compilato dal Sierra Club, una delle più grandi e note organizzazioni ambientaliste statunitensi, dà ragione a Brown: sul suo sito tiene un elenco aggiornato delle centrali a carbone del paese e risulta che dal 2000 a oggi 152 impianti sono stati chiusi o bocciati.
Il punto di svolta in quella che Brown chiama «la guerra del carbone» è avvenuto nel giugno del 2007, quando la Florida Public Services Commission (la commissione statale che valuta e approva impianti di servizio pubblico) ha rifiutato di concedere la licenza a una grande centrale elettrica a carbone - un impianto da 1.960 megawatt, 5,7 miliardi di dollari di investimento - perché l'azienda interessata non è riuscita a dimostrare che costruire quell'impianto era più economico che investire in efficienza, conservazione dell'energia e in energie rinnovabili (come sostenevano invece gli avvocati di EarthJustice, organizzazione di giuristi ambientalisti). Questa sconfitta «dati economici alla mano», insieme alle manifestazioni pubbliche di protesta contro nuove centrali a carbone in Florida, hanno fatto sì che dopo la prima altre quattro imprese ritirassero la propria richiesta di licenza. Poco dopo il movimento ha registrato una vittoria a Wall Street: su pressione di un'altra organizzazione ambientale, il Rainforest Action Network, nel febbraio 2008 quattro importanti banche d'investimento (Morgan Stanley, Citi, J.P. Morgan Chase e Bank of America) hanno annunciato che presteranno denaro per centrali a carbone solo se le aziende sapranno dimostrare che è economicamente redditizio alla luce dei maggiori costi dovuti alle future restrizioni federali sulle emissioni di gas di serra. L'estate scorsa le stesse banche (più Wells Fargo) hanno annunciato che non finanzieranno più l'estrazione di carbone a cielo aperto (il cosiddetto mountaintop removal, «scoperchiare la cima della montagna»), anche questo su pressione del Rainforest Action Network - e di alcune importanti battaglie che hanno coinvolto ampi movimenti locali.
Altre difficoltà per gli impianti a carbone sorgono a causa dei reflui, uno dei grandi rpoblemi irrisolti di questa industria energetica: che fare delle ceneri risultanti dalla combustione, oggi accumulate in 194 discariche e 161 vasche di contenimento in 47 stati Usa: sono ceneri piene di arsenico, piombo, mercurio e altre sostanze tossiche; l'Ente federale di protezione ambientale (Epa) ha individuato 98 siti che stanno contaminando le falde acquifere, e una nuova raffica di normative di sicurezza è in arrivo. «Ora che gli Stati uniti hanno in effetti una quasi moratoria de facto sulla licenza di nuove centrali a carbone, diversi gruppi ambientali stanno cominciando a fare campagna per la chiusura di quelle esistenti», conclude Brown - segue un elenco di impianti di cui è prevista la chiususa a breve. Del resto, fa notare, se gli altri 49 stati Usa portassero la propria efficienza energetica al livello dello stato di New York, l'energia risparmiata basterebbe a rendere inutile l'80% delle centrali alimentate a carbone in tutti gli Usa.