Il nipote di Arduino
Il nipote di Arduino che abitava a Mestre si divertiva nel
suo lavoro di pasticciere apprendista: tiramisù, torte farcite di crema chantilly,
e il vasto repertorio delle sue saporite specialità lo distraevano, lo
allontanavano dai rumori chiassosi delle vicende politiche nelle tv
principali. Non comprendeva molto di ciò che accadeva nei luoghi del potere;
aborriva i grigiori delle ossessionanti apparizioni dei politici nazionali e
ridicoli gli sembravano quelle locali, soprattutto dei consiglieri regionali.
Le squisitezze gli infondevano fiducia, le dolcezze scacciavano i mali pensieri
e lo stupore non lo abbandonava nemmeno nelle giornate più nere.
Non c’era giorno che una qualche bellezza lo catturasse per
poco, qualche attimo, minuto. Era un viso di ragazza, lo sguardo di un bambino
che correva, un fiore profumato. A volte, leggendo il giornale, si perdeva nei
vocaboli sconosciuti, forestieri, a lui incomprensibili. Una frase riletta più
volte lo elettrizzava, lo incuriosiva, e le singole parole sembravano
rincorrersi nelle pagine dei libri e lui cercava di fermarle, catturarle,
chiedendo spiegazioni, poiché non sempre ne comprendeva il significato.
Alla sera correva veloce da Teresa e ripassava la giornata
in quei pochi minuti che lo separavano da lei. Era un approdo sempre nuovo il
suo, diverso, che lo proiettava in avanti, nei progetti che cercava
d’acciuffare col pensiero.
Lei era contenta per il nuovo lavoro a tempo indeterminato e
faceva progetti per i prossimi tre anni, il tempo della durata contrattuale
nell’azienda manifatturiera dove lavorava. Voleva sposarsi ora, con Gelindo, ma
lui ancora non lo sapeva, profumato dai sui pasticcini e dalle colombe pasquali
che stava preparando. Era fiducioso e stava imparando: sognava una pasticceria
tutta sua, con Teresa al suo fianco.
Ad Adria le minuscole schiere dei politici intossicati si
rimbeccavano tra loro, ascoltando le tv più gettonate per capire quali vocaboli
declinare, dopo gli scismi avvenuti tra i principali partiti nazionali: alcuni
solo abbozzati, altri consumati con solennità per la gioia dello spettacolo
televisivo. Nelle bettole e nei luoghi della ricreazione e dello svago si
parlava d’altro e si giocava alle carte.
Alla Destra estrema s’innalzava la felpa nerastra del
leghista Salvini, mentre al lato sinistro del Pd tuttofare si cercava una nuova
divisa da indossare: greca o spagnola o un miscuglio tra le due, in attesa che
Landini, motore sindacalista della Fiom, potesse ruggire, come il vecchio
trattore del Novecento, spaventando i forsennati della governabilità.
Era bello pensare che il pensiero multiforme potesse vivere
con forza mettendo la mordacchia alla diligenza di Renzi, Capo del Governo e
segretario del Pd.
Landini cercava un’aratura inconsueta nella scenografia
italiana. Solo così poteva condizionare le possibili alleanze con un nuovo
centro sinistra, libero dalle ipoteche fastidiose e dalle pressioni della
Destra post berlusconiana. Per questo occorreva un voto che portasse numeri
significativi in Parlamento.
Diversamente rimaneva solo una nobile e dura rappresentanza,
intrigante, che soddisfaceva un’estetica esigenza salottiera e una dialettica sterile
e inconcludente.
Nel giardino di Barbara i fiori e gli arbusti attendevano i
tiepidi raggi di sole, mentre Tullio, sotto l’occhio vigile di Arduino,
imbottigliava il suo vino: lo Schioppettino di Papozze.
L’amica sassarese era in arrivo e non voleva trovarsi
impreparato, anche se non poteva certo gareggiare col Vermentino di Gallura e con
l’Anghelo Ruju: non c’era partita, aveva sentenziato Arduino.