Pagine

giovedì 15 ottobre 2015

La Repubblica Tamisiana di Bosgattia



 





  


Da “Primitivi nella civiltà”
di Mila Contini


 ----
 
Nell’estate del 1945 nasceva, in riva al Po a Panarella di Papozze, uno strano campeggio, come lo definì Mila Contini, giovane giornalista, in un articolo dell’aprile del 1955, apparso sul mensile milanese “ARIA APERTA”. Era l’unica donna ammessa alla vita della Repubblica di Luigi Salvini, suo fondatore.
Si ricordava il decimo anno della nascita di questa Repubblica popolare maschile, dove le donne ne erano escluse, “eccetto i ginepotami che superano speciali prove sportive e le appartenenti al Corpo Diplomatico e consolare all’estero”.
Grande spazio fu dato dal giornale al Professore nell’articolo “Storia e la leggenda di un popolo felice”.
Sono strascorsi 70 anni e ancora molti ricordano quel periodo straordinario di una Comunità fantasiosa e libera che si ritrovava ogni estate nell’isola del Balotin fino al 1956.

---------

adrianellemutazioni.blogspot.com

giovedì 1 ottobre 2015

L'eccentrico liberale

Nella città le effimere certezze si confondono tra loro, ignorano il domani e contagiano i cittadini infreddoliti nel pensiero vagante; cercano qualche pertugio, sentiero, per riprendere fiato, per non darsi per vinte.

L’avvocato eccentrico e liberale, considerato portatore seriale di sfortune elettorali, soprattutto dalla Destra locale e non solo, ha fustigato, nel giorno festivo passato, l’avventura intrigante bobbiana, di Bobo, che guida la sua maggioranza nella nobile città di Adria, rifilandogli errori pacchiani nella conduzione esangue della sua Amministrazione, mescolando il sacro e il profano con suor Elisa Andreoli, traslocata per nobili e degni principi a Rovigo.
Eppure, in queste ultime ripetizioni sciatte e maldestre della Giunta adriese, il liberale fantasioso, memore di quella sua gustosa invenzione, l’assessorato alla felicità, che provocò turbamento nel Pd spinelliano e accese, nel 2007, un cinguettio con Rifondazione Comunista, dovrebbe in questi tempi faticosi liberare i luccichii del godimento inabissato, sepolto dai mugugni blasfemi e ben educati provenienti da più parti. Il successo sarebbe garantito, se lo facesse, con i ringraziamenti del governo renziano.
Tuttavia per accendere la speranza sarebbe necessario arruolare altra gente, non certo il confuso Mainardi, naufragato e sperduto in una terra senza speranza alcuna per lui; non altri a lui vicino, obbligati a inventarsi nuove strategie per smarcarsi dalle Destre tristi nei loro disordinati schiamazzi.
Il territorio, però, non lo consente, né i partiti presenti e neppure i sostenitori del Pd, infatuati del loro segretario nazionale accidentalmente precipitato tra noi. Costoro, infatti, sono mobilitati a separarsi di frequente, provando poi a ricongiungersi di nuovo provvisoriamente per un vizio esagerato, congenito, ingigantito, dopo la fine del centralismo democratico nel loro nuovo profilo aperto e liberale, estraneo agli unanimismi; mentre altri della Ditta bersaniana, ex democristiani per lo più, esercitano serenamente la pratica delle vagabonde correnti, senza patemi alcuni, stagionati alle zuffe, ai sotterfugi e agli accordi mutabilissimi.
E’ il nuovo Pd che marcia trionfante, che mastica le ore per riacciuffare il tempo perduto. In attesa della fermata, dell’assestamento.

A Bottrighe, nel frattempo, la corte di Bergo ha iniziato da alcuni giorni il consueto ripasso dei temi amministrativi, in vista dell’elezione prossima municipale. Rafforzata questa volta da uno specialista ritrovato a fatica nella frazione vicina di Bellombra, nascosto a più, girovago nelle campagne, ignorato da tempo dalla sua tribù. Un altro si è aggregato poi da Ca’ Emo, fucina di consiglieri comunali, portando allegria tra i sostenitori della lista bottrigana che verrà.
Pure il medico Giovanni, tra una visita e l’altra, un chiacchiericcio e una telefonata, ha iniziato da casa sua, ad Adria, a sondare tutte le alleanze possibili, costituendo gruppi di lavoro sparsi lungo le case arginali del Po e al confine con Papozze: è il suo destino quello di mettere insieme pensieri e azioni condivise soprattutto da lui. Non c’è, infatti, conflitto e frattura tra le sue file, inimicizie, gelosie: tutto procede in armonia Il canovaccio lo conosce a memoria da tempo immemore.
Infine vanno ricordati alcuni frammenti della sinistra disseminati nei luoghi più impensati: al  civico numero 52, nei bar onnipresenti, in qualche garage di periferia
Recentemente alcuni di loro, di Sel, s’erano spaventati, inquietati, avendo appreso che Vendola desiderava sposarsi e andare a vivere in Canada. Poi tutto svanì, e Mirco tirò un sospiro di sollievo, mentre il medico dermatologo Gennaro si preparava all’ennesimo trasloco. Tra le stelle grilline.

Al teatro Ferrini Barbara rifletteva sulle sorti delle città di Calvino. Non poteva ignorare ciò che un giorno il Rabbi Chaim ebbe a dire durante il mese del perdono: impegnarsi nella “riparazione del mondo” in atti pubblici che aiutino l’umanità nel perseguire la giustizia e la compassione.

giovedì 20 agosto 2015

Il mio ricordo di IVO Bergamasco

L'isola del Balotin

























Conobbi Ivo Bergamasco nell’estate del 2006; gli telefonai chiedendogli se era interessato a collaborare con Amministrazione C. per ricordare la figura del prof. L. Salvini, amico e fondatore della Repubblica Tamisiana di Bosgattia. Fu entusiasta e accettò subito d’impegnarsi in questa iniziativa, lui, andropotamo, partecipe di quella lontana esperienza nell’isola del Balotin.

Propose subito di spostare l’iniziativa programmata nell’anno successivo, nel cinquantesimo dalla morte del professore.

La ristampa del libro “Una tenda in riva al Po”, introvabile da tanto tempo, e le altre iniziative programmate trovarono, quindi, una nuova collocazione temporale.

Gentile e pieno di proposte coinvolse subito i figli di Salvini, dando inizio a una quotidiana collaborazione con il mio ufficio di assessore, al terzo piano del palazzo municipale di Adria. Fotocopiò vecchi articoli di quotidiani e riviste del passato che lui possedeva per essere poi catalogati per l’evento programmato nel maggio del 2007.

Fu un momento di grande gioia quando la mostra venne inaugurata dal sindaco Lodo e il libro ristampato.

Quando ci ritrovavamo a casa sua, negli anni successivi, i suoi occhi azzurri s’illuminavano sempre nel ricordo delle estati trascorse nell’isola, di quella intensità di vita e di umane relazioni che ancora palpitavano dentro di lui.




Gianni Ferro


lunedì 3 agosto 2015

OSTILIO BEGO






PREMESSA

Qualcuno mi ha chiesto il perché di questa ricerca su Ostilio Bego. All’inizio pensavo di ricordare solo un amico, un sacerdote che ha vissuto gli anni straordinari del Sessantotto.
All’improvviso, però, mi sono reso conto che nella sua storia permaneva una separazione, un vuoto, tra il prima, trascorso qui ad Adria, e il dopo, dal ’72 a Trezzano sul Naviglio. Tra il sacerdote e l’uomo sposato impegnato nella politica. Era quindi necessario provare a ricucire quel tempo, quell’umano tessuto che si era lacerato, slabbrato.
Così mi sono immerso nella narrazione della sua vita che, per casualità, condivise con me in un breve ma intenso periodo della sua esistenza.


VERSO PARIGI

Ostilio guidava sorridente la sua Opel chiara verso la Francia insieme ai suoi tre giovani amici, scherzosi, irridenti, come solo si può essere a vent’anni. Che portavano allegria, spensieratezza e tanta voglia di cambiare il mondo.
A Parigi si sistemano in campeggio, a Champigny sur le Marne, e da lì ogni giorno si recano al centro della città, godendosi le bellezze artistiche e monumentali, camminando nei vicoli del centro storico, inventandosi giochi nuovi, curiosando tra i turisti, molti dei quali italiani.
Trascorrono giorni lieti, serate in allegria con altre persone conosciute nel luogo. C’è chi, tra loro, noleggia una barca sul fiume, chi, invece, se ne va solo a spasso per la città sconfinata.
Arriva, infine, il momento del rientro a casa, percorrendo un diverso itinerario rispetto all’andata: attraverso la Svizzera.
Nessuno allora sapeva che quella per il Professore, cosi lo chiamavano i suoi compagni di viaggio, sarebbe stata l’ultima estate ad Adria. Stava per iniziare un’esistenza nuova, diversa da quella vissuta fino ad ora. In un altro luogo lontano.
Cinque mesi prima, nel febbraio del ‘72, il Vescovo della diocesi di Adria lo aveva fermamente invitato ad abbandonare la sua “doppia vita” sacerdotale.[1]
Per comprendere perché questo accade è necessario andare a ritroso, ripercorrere il suo cammino, soffermarsi nei luoghi più significativi della sua evoluzione.

Ostilio Bego nasce nel 1924 ad Agna, comune padovano. La famiglia si trasferisce presto, come molti veneti, in Brasile per cercare un futuro migliore, lasciando alle spalle le difficoltà economiche. Quell’esperienza, però, non attecchirà, non durerà a lungo, poiché ci sarà presto il ritorno in Italia, ad Adria, nel 1930.
Frequenta le scuole pubbliche e successivamente entra in seminario. Viene consacrato sacerdote nel luglio del 1947. Manifesta immediatamente il suo esuberante carattere generoso e combattivo, attento e sensibile alle istanze sociali nei diversi ruoli per la diocesi: a Fenil del Turco, Ficarolo, San Francesco a Rovigo, presso il Collegio vescovile Angelo Custode, come vice Rettore.
Frequenta l’Università di Padova, impegnandosi nella Fuci, e laureandosi, nel 1961, in Scienze Politiche con il Prof. S. Acquaviva.
Successivamente insegna, per qualche anno, nella scuola media di Donada, insieme al prof. Italo Fantinati, con il quale stringe una profonda e duratura amicizia.
Si abilita subito dopo in filosofia e si trasferisce, docente di storia e filosofia, nei licei adriesi, dal ’64 fino al termine dell’anno scolastico 1971-72.

Dieci anni prima dalla sua laurea, l’alluvione del ’51 aveva lacerato profondamente il tessuto economico sociale della provincia, specie nel Polesine meridionale: disoccupazione diffusa, scarsa scolarizzazione, ripresa dell’immigrazione e aspri conflitti sociali, principalmente nel mondo bracciantile.
In un contesto di difficoltà e di preoccupazione oggettiva, si sentiva il bisogno da più parti d’intervenire per portare sollievo al mondo del lavoro, alle diverse attività produttive, alle nuove generazioni del dopoguerra.
Nel gennaio del 1953 nasce, ad Adria, il Centro di Avviamento Professionale “San Francesco, ” il primo nella provincia e Don Ostilio lo guiderà con competenza e capacità organizzativa, chiamando ad insegnare, fin dall’inizio, i migliori artigiani del luogo.
Muratori, falegnami, aggiustatori meccanici e idraulici sono le quattro professioni iniziali che vengono proposte ai giovani, compresi quelli confinanti con la provincia polesana. Molti arrivano in treno alla stazione adriese, dove trovano un pulmino della scuola che li attende per portarli nella struttura scolastica, situata a sud della città.
Autorevole direttore svolge con passione il suo lavoro e spesso dà sostegno a chi ha difficoltà nell’apprendere, a chi stenta a trovare la giusta concentrazione, perché distratto dalla vita che scorre e muta; oppure valorizza le capacità latenti, che non si evidenziano subito nei giovani studenti, ai quali, a volte, basta l’incoraggiamento, la vicinanza e il sostegno per emergere, per scoprire le proprie inclinazioni, come per Sante Sperindio che, con il suo appoggio, riesce a conseguire il diploma di ragioniere. “Senza di lui – mi ha raccontato Sante – sarei diventato muratore.”
E questo profondo sentimento empatico, sentirsi nell’altro, lo accompagnerà sempre lungo il corso della sua vita.
Nel 1964 cessa l’attività formativa del Centro di Addestramento. Alcune migliaia di giovani si erano, in tal modo, potuti formare trovando il lavoro, favorendo l’economia locale e l’artigianato e promuovendo il loro benessere e quello familiare.


GLI ANNI SESSANTA

Gli anni sessanta irrompono nella vita degli uomini, accendono speranze, illuminano coscienze addormentate, scoraggiate e allontanano il buio presente nel mondo degli uomini.
Durante il Concilio Vaticano II (1962 -1964) il nuovo Pontefice Giovanni XXIII, inatteso, imprevisto, parla di pace a tutti gli uomini di buona volontà e i Presidenti delle due massime potenze nucleari – Usa e Urss – inventano la “coesistenza pacifica, ” la fine della guerra fredda.
Nasce il centro sinistra e i socialisti di Nenni entrano nel governo alleati alla Dc.
In questo inusuale contesto s’affacciano nuovi timori, rumori sordi di coloro che si oppongono al rinnovamento. Nel 1964 viene, infatti, sventato un tentativo colpo di stato da parte del generale del carabiniere Giovanni De Lorenzo. Le forze reazionarie e conservatrici tramano contro la Repubblica.
Ostilio non poteva certo sottrarsi ai sorprendenti mutamenti che lo accompagnavano nella sua esistenza di uomo e di sacerdote, alle tensioni che permeavano la società.
Nel ’67 vengono pubblicati, a cura della Diocesi di Adria, i risultati di un’inchiesta sugli studenti rodigini e l’insegnamento della religione. E’ una ricerca interessante, svoltasi presso alcuni istituti medi superiori della città rodigina, e Don Ostilio ne è l’autore.
Le conclusioni di questa indagine mettono in luce aspetti interessanti nel pensiero di quegli studenti: una diversa sensibilità tra le nuove generazioni; un’attenzione profonda alla spiritualità, lontana dai luoghi comuni e dalle vecchie abitudini consolidate; marcato disinteresse alla politica praticata in quegli anni; forte attrazione, invece, ai temi sociali. Infine, desiderio e anelito “ad una religione libera da ogni equivoco politico.”[2]
Questo sembrano volere quei giovani, alla fine di quel decennio straordinario.
“L’equivoco politico” che attanaglia l’istituzione Chiesa ritornerà alcuni anni dopo nella risposta al suo vescovo.

Sopraggiunge infine la bellezza del ’68 con i suoi slanci e contraddizioni, che muta gli animi, i costumi, le relazioni tra i giovani. Che attendevano.
La gioiosa fantasia s’apprestava ad accompagnare i primi passi di quell’esperienza. Improvvisamente la strage di piazza Fontana, con i suoi morti, segnerà l’inizio della strategia della tensione. Una tappa funesta per gli italiani. Di sangue e dolore.
Ormai non è più il giovane prete organico al moderatismo cattolico, strutturato per dare sempre risposte rassicuranti, benpensanti. Ha visto la società mutare accanto a lui, ha partecipato alle emozioni con le sue classi di liceo, ha seguito le vicende di giovani costretti ad andarsene, per cercare lavoro lontano, in altre province.
Per anni era stato, come molti sacerdoti diocesani, severo difensore di questo mondo, accanto al partito che si definiva cristiano. Poi il Concilio aveva chiamato l’umanità intera a farsi carico delle sofferenze degli ultimi, degli esclusi e Ostilio, con stupore, segue questa strada, questo soffio del vento con convinzione e coraggio.
Gli anni successivi lo vedranno presente in luoghi diversi per testimoniare, in comunanza con altri sacerdoti, una religiosità nuova, attesa da tanti credenti.
Nel 1970 nasce ad Adria il circolo C. Torres che raccoglie giovani studenti, operai, artigiani, professori incaricati che arrivano da regioni diverse, a volte lontane, iscritti ai sindacati, simpatizzanti della sinistra laica e cattolica.
Ostilio si avvicina e aderisce a questo movimento appena sorto che porterà freschezza e vivacità culturale nella vita addormentata della città. Che, tuttavia, sta aprendosi, seppur lentamente, alle innumerevoli idee che s’intrecciano nei sentimenti della cittadinanza. E’ attivamente presente alle diverse iniziative politiche e culturali e aiuta studenti nel doposcuola gratuito, presso la sede del Torres. E’ chiamato in diversi cineforum del territorio e nelle parrocchie, introducendo il dibattito, al termine della proiezione.
In questo periodo intensa è, infatti, l’attività politica e culturale del circolo: con l’arrivo di Pio Baldelli, esperto della comunicazione, con L. Bertoldi, deputato e presidente del gruppo parlamentare socialista, con Dario Fo e “Mistero Buffo, ” spettacolo teatrale rappresentato sopra il rimorchio di un camion, in piazza Garibaldi, per il diniego del teatro da parte del Comune.
Nei mesi successivi altri personaggi della società civile approderanno ad Adria, rendendola bella agli occhi e alle menti dei suoi concittadini.

Il caso “Isolotto”, a Firenze lo colpisce profondamente, in quel tempo. Fa visita, in più occasioni, a don Mazzi, parroco di quel quartiere. Il vescovo fiorentino lo aveva, infatti, allontanato dalla sua parrocchia per disobbedienza. Celebra messa, nella piazza antistante alla chiesa, assieme ad altri presbiteri provenienti da province e regioni diverse.
La stagione delle forti emozioni, dei bagliori stupefacenti non era terminata e all’improvviso la potente umanità del prof. Basaglia era apparsa a tutti nella sua limpidezza: la sua ostinazione nel voler perseguire il bene di uomini e donne, segregati da sempre nei manicomi nazionali.
Con amici si reca a Gorizia nell’ospedale “aperto, ” dentro il quale era iniziata da tempo una terapia innovativa nella cura dei malati, considerati uomini, persone in sofferenza. Si apre un mondo inaspettato che porterà innumerevoli frutti e benefici.
E’ una lenta “trasgressione” quella che lo cattura, come fosse inevitabile, una risistemazione dei valori, delle relazioni consolidate negli anni, del suo ruolo significativo che aveva all’interno del mondo diocesano e nella società civile.
Dopo la morte dei genitori questo movimento interiore conosce un’accelerazione nell’adesione al sindacato scuola Cgil e nella viva presenza presso il circolo Torres.
In questi luoghi per lui inconsueti ricerca una serenità per sopperire alle perdite che arrivavano dalle parole, dalle assenze, dagli sguardi di chi prima lo aveva conosciuto, stimato, e che ora non riescono a comprendere questa sua nuova identità, critica e irriguardosa nei confronti del dominante potere politico e religioso. Cerca di sfuggire alle solitudini innumerevoli, all’incomprensione nella quale sta lentamente scivolando e gli altri, le nuove e laiche amicizie, con le loro sfaccettature e perplessità, diventano ora una famiglia larga, accogliente, poiché la prima, quella dei presbiteri, degli affetti e delle numerose amicizie, non può più soccorrerlo nel suo procedere, essergli vicino.
E’ in questo periodo, nell’ambiente scolastico e sindacale, che conosce Paola, futura moglie a Trezzano sul Naviglio.
In un simile contesto il vescovo della diocesi G. Mocellini lo richiama più volte, lo invita verbalmente e poi per iscritto a lasciare quel suo modo di vivere, ricordandogli il suo essere prete.
Ostilio aveva già iniziato a percepire attorno a sé curiali ostilità crescenti, poliedriche e diffuse incomprensioni per il suo agire sociale, per le sue pubbliche apparizioni.
Con apparente serenità continua il lavoro di docente al liceo che gli garantisce autonomia economica e gratificazione personale. Si prepara, tuttavia, per eventuali provvedimenti da parte dell’Autorità religiosa. Che puntualmente arriveranno.


LE LETTERE

Alla fine del mese di febbraio del ’72 arriva a casa di Ostilio la lettera del vescovo G. Mocellini: dura e caritatevole insieme, pronta al perdono, preconciliare nella sua essenza.

“Reverendo Don Ostilio, ”

“Desidero stenderLe la mano per aiutarla, sempre supposto che Ella sia convinta di averne bisogno.”[3]
“Ella si ricorderà che le ho scritto e parlato anche nel passato e sempre con la benevolenza più larga.”
“Le sue “attività” in diverse località della diocesi mi mettono in una situazione di grave imbarazzo.”
E’ un inizio apparentemente gentile, perfino affettuoso quello del vescovo, che annuncia tuttavia l’ultimatum.
Per chiarire il suo pensiero si affida a tre punti specifici, alquanto vaghi, non per questo meno significativi nel loro contenuto.
Il primo riferisce il malessere del presbiterio diocesano che lo sollecita affinché, egli afferma, ”il nostro silenzio non sia scambiato con connivenza al Suo modo di agire.”
Il secondo introduce lo sdegno e la sorpresa di molti laici: ”Perché io non mi sono ancora deciso a sconfessarLa pubblicamente per evitare la confusione che ella semina in mezzo al popolo di Dio.”
E infine l’ultimo, il più clamoroso e peccaminoso “Le stesse Autorità Pubbliche ( e Glielo dico in tutta confidenza) mi chiedono quale valutazione io credo di dover dare ai vari episodi che l’hanno avuta come protagonista.”
La breve missiva si arresta con un perentorio invito. E’ necessario che ci sia “una decisione netta” per evitare “una doppia vita, che reca disagio a Lei e a noi.” Con brutalità, appena attenuata, lo invita, quindi, a rientrare nella Chiesa oppure ad andarsene. Così il vescovo Mocellini.
Ostilio risponde subito alla lettera, il mattino seguente, il primo marzo.
La sua è una lunga e appassionata argomentazione che viene inviata pure ai suoi confratelli del presbitero diocesano, affinché, egli dice: “Questo processo non rimanga senza testimoni.”[4]
Qual è la vita di noi preti, si chiede, quale la sua missione e ”a che serve quello che facciamo” in una società dove la politica opaca e compromissoria offende i diritti dei cittadini e soprattutto: ”Perché non abbiamo raccolto gli inviti del Concilio rimasti purtroppo solo buone intenzioni.”
Prova stupore e indignazione perché si sente chiamato in causa dalle pubbliche autorità per il suo modo d’essere e di operare.  Non trova giustificazione a questo riferimento: “La nostra logica non è quella dei potenti.”
“Guardiamoci intorno- risponde - e riconosciamo onestamente che non c’è più dialogo tra di noi” perché è inutile parlare di niente quando non c’è l’escluso, il perdente.
Vuol rimanere nella chiesa, Ostilio, ma non come un piffero o come uno disposto a dire sempre sì. Teme d’essere cacciato e sfida l’Autorità religiosa a farlo. Propone, infine, d’interrogarsi nella comunità ecclesiale, non sul suo caso, ma sulla presenza di preti in Italia e nel Polesine.
Lo scambio epistolare rompe ogni dialogo possibile e certifica la rottura definitiva tra il vescovo di Adria e il sacerdote Ostilio Bego.
Nella realtà lo strappo s’era già consumato molto prima, lentamente, nel corso degli anni e soprattutto in quelle vicende che lo avevano visto “protagonista” e che costituivano per il prelato Mocellini la sua “doppia” vita. Incompatibile e incomprensibile in quel tempo.


TREZZANO

Trascorsa l’estate parigina Ostilio si trasferisce a Milano; affitta una camera per alcuni mesi e da lì prepara il suo matrimonio con Paola, che avverrà nel comune di Trezzano sul Naviglio, nel giugno del 1973.
Il IX liceo milanese, zona Giambellino, diventa ora la sua nuova scuola e gli studenti iniziano con lui un percorso fruttuoso nello studio e nell’approfondimento scolastico. La sua funzione docente si arricchisce in un ambiente diverso, in una città grande e straordinaria come Milano, che lo aiuta nella sua umana ricostruzione. Prosegue il suo impegno politico e sociale nel Comune dove ha preso la residenza, senza quel disprezzo e quei pregiudizi che aveva patito nella sua città e nella diocesi adriese L’anno successivo nascerà Ileana con grande gioia e stupore per entrambi i genitori. Per Ostilio è un’esperienza affascinante e gioiosa, quella del padre, che accompagnerà la sua bimba a diventare grande negli anni.
Nella sua abitazione aiuta con ripetizioni gratuite studenti in difficoltà, come aveva già fatto ad Adria, presso il circolo “Torres.”
E’ un precursore e anticipa il tempo che verrà, mai fermo, in moto. Che scorre, dischiude e illumina le consapevolezze rattrappite: quelle più dolci e familiari e le altre innumerevoli sparse in ogni luogo.
Si avvicina al partito comunista e frequenta assiduamente il sindacato scuola C.G.I.L. con spirito costruttivo e battagliero, fiducioso nel futuro, come egli era.
Ricopre l’incarico di assessore alla cultura nel quinquennio ’75 – ’80 con passione e impegno, promuovendo svariate attività per la cittadinanza di Trezzano.
La sua vita passata viene rimossa, così le tracce della sua esperienza sacerdotale: foto che lo ritraggono con la tonaca, lettere e documenti diversi sugli anni trascorsi nel Polesine. E’ un modo per difendere la sua vita privata, i suoi affetti; anche se nel mondo politico era noto il suo passato.
Nel 1976 nasce il Centro Socio Culturale che prenderà successivamente il nome di “C. A. Dalla Chiesa” e Ostilio lo guiderà come presidente fino al 1991. Luogo della promozione culturale e sede della Biblioteca Comunale diventa punto di riferimento per tutte le iniziative culturali e per le associazioni del territorio.
Fonda la Scuola Civica di Musica e la Scuola Civica di Pittura, istituzioni che sono tuttora attive e presenti nel territorio.
In Consiglio Comunale si fa apprezzare per il suo rigore etico, in una stagione difficile e complicata per la vita politica nella città e per i partiti che sono chiamati a interpretarla.
Dopo aver insegnato al XIII liceo Allende si trasferisce allo scientifico di Corsico, insegnando fino alla pensione.
Nel 1992 viene colto da infarto e costretto a limitare il suo impegno politico e sociale. Mai abbandonato del tutto. Vive con intensità e calore umano i rapporti di amicizia e collaborazione con l’ambiente nel quale vive.
Nove anni dopo arriverà rapida la morte, con un secondo e decisivo infarto. Il venti febbraio del 2001 al suo funerale parteciperanno migliaia di cittadini, amministratori comunali, amici e conoscenti, avversari politici e tutti coloro che nel passato hanno condiviso con lui quell’esperienza di vita intensa e generosa.
Nel settembre del 2005 la Biblioteca del Comune viene intitolata a Ostilio Bego, “figura di rilievo nella vita culturale della città, ” scriverà la direttrice Chiara Lossani, che ricorda il valore e la bellezza che ha saputo donare.

Dopo tanti anni molto è mutato pure qui, nella sua diocesi tra l’Adige e il Po.
Sacerdoti impegnati nel sociale si sono succeduti nel frattempo, senza destare stupore e scandalo attraverso attività molteplici di sensibilizzazione politica e culturale.
Il futuro modificherà ancora le relazioni liquide tra gli uomini, le fedi difformi e il mondo sacerdotale nel suo uffizio.
La storia, sempre ce lo ricorda.


Gianni Ferro


[1] Lettera del Vescovo G. Mocellini al Sac. Ostilio Bego – 29 febbraio 1972
[2] Ostilio Bego, Gli studenti rodigini e l’insegnamento della religione: risultati di un’inchiesta – pag. 42 - Diocesi di Adria 1967
[3] Lettera di Giovanni  Mocellini, vescovo – 27 febbraio 1972
[4] Lettera di don Ostilio Bego, sacerdote – 1 marzo 1972

lunedì 11 maggio 2015

Lungo Canareggio








Lungo Canareggio





- Se pensi e rifletti t’accorgi che il moto, lo scorrere del tempo, come lo chiamiamo noi, è l’unico soggetto attivo che vive e dura, che permane e non si altera nel suo spirito che sprigiona.
- Ti prego Bere, non confondere il mio equilibrio precario. Oggi è Pasquetta, il lunedì dei “fuori porta, ” come dicono i TG, e occorre lasciare libere le nostre parole sbarazzine e tuffarci nel cioccolato, quello fondente per me, e gustare le carezze di questa primavera capricciosa.
- Hai ragione Barbara. A volte esagero nelle mie fantasie speculative.
- Ho saputo che Arduino è a Mestre, presso il nipote Gelindo: mi sembra questo il suo nome o sbaglio?
- No, è proprio il suo nome, come quello del nonno. Forse si sposerà quest’estate.

Lungo Canareggio le amiche ritessevano la loro affettuosa vicinanza, scambiandosi doni sempre nuovi e diversi.
Berenice scrutava le acque del Castagnaro, lo ricordava con questo nome il Canalbianco, e rivedeva le immagini lontane della Serenissima, dei suoi organi istituzionali e giurisdizionali: cercava qualche sottile rapporto con la realtà d’oggi.
C’è bisogno di faziosità, di alterazioni delle parole per accompagnare ciò che nelle mondane cose non è dato fermarsi, stare immobile. Non possiamo intravvedere quale sarà il nostro futuro, le sue sottili parvenze, se non si riesce a decifrare con umiltà la storia passata, riconoscere ciò che è avvenuto e attrezzarci, avendo diligente cura di operare con oculatezza.
Il bene del governo stabile, non sottoposto ai ricatti del voto dei partiti minori può subire tentazioni diverse: di autosufficienza, supponenza spocchiosa, decisionismo frettoloso e dannoso per i cittadini. La sua efficacia, mai scontata, necessita di contaminazioni profonde con i soggetti politici più contigui, liberati dalla fascinazione ricattatoria, quando si manifesta, del loro voto, proiettata, quindi, ad elaborare pensieri corposi, di lungo respiro. Ciò provocherebbe certamente un avanzamento della democrazia partecipativa, spogliata dal solo rapporto muscolare.
Far cadere un governo, come fu quello dell’Ulivo di Prodi, non fu così difficile allora poiché prevalse l’oltraggio, un narcisismo esibizionista che schiantò quell’esperienza frettolosamente costruita.
Ignorare la forza sarebbe altrettanto sbagliato per chi governa. Perdere il suo potere, la sua parvenza sarebbe nefasto, poiché muterebbe lo scenario nel quale ella sempre si manifesta in nuove vesti e anomale rappresentazioni.
Così è nell’avvicendarsi delle cose, di qualche accidente inaspettato se tutto si rigira, si rovescia, e chi stava sopra al comando finisca poi per sprofondare, rompendo speranze e facendo nascere nuove attese. Lo fu per il duca Valentino, dopo la morte di papa Alessandro VI Borgia, suo padre, e di questo ne soffrì Machiavelli traendone insegnamento.
Non so se può bastare a Tullio, pensava Berenice. L’altra faceva cenno di sì con il capo, anche se il suo pensiero era rivolto al grande olandese Erasmo da Rotterdam, precursore di un autentico spirito europeista.
Arrivate in via Sette Camini si soffermarono per ricordare la gioia esuberante di chi praticò l’arte della parola declamata, del teatro, esibito in un tempo passato da quei popolani pescatori di Canareggio, portatori di una storia lontanissima contaminata e plasmata da visitatori affascinanti.