La città del nobile F. Bocchi
La politica conosciuta, per abbellirsi ed uscire dagli stagni maleodoranti nei quali da tempo è precipitata, ha scomodato il testo letterario. Pratica, secondo alcuni dotti pensatori, l’arte della narrazione. L’io narrante coincide così con il politico che guida la coalizione. Colui che raggruppa le truppe fedeli nelle elezioni e che poi, demiurgo, governa il Paese, secondo un canovaccio ripetuto con varianti estemporanee. Non disdegna l’invettiva, sproloquia quando maneggia i sentimenti degli altri. Soprattutto affascina con parole le genti bisognose di godere i piaceri dell’affabulazione.
La globalizzazione è una malattia che genera paure diverse, incapace da sola d’innestarsi nelle consapevolezze dei cittadini di questo millennio. Per questo deve essere trattata in modo appropriato, altrimenti lascia spazio a guaritori improvvisati, astuti nell’agire. Raccontare le fiabe moderne può quindi vincere l’ansia che turba i pensieri. Il ricorso al racconto taroccato è rassicurante, quando il narratore sa persuadere.
La Destra percorre, con i grandi mezzi del suo magnate, questo itinerario da tempo, incurante di ciò che accade attorno a lei. La variante leghista, dopo i tanti clamori berlusconiani, sembra oggi dare ad alcuni più rassicurazioni. Si presenta vergine e pulita nell’amministrare la cosa pubblica, diversamente dal suo imbonitore di riferimento. Oggi recita questo ruolo e il voto sembra darle ragione. Promette facili guarigioni lo sciamano pedemontano, agitando debolmente il pugnetto e inviando i suoi fedeli vassalli nelle contrade del nord. Egli non si differenzia però dall’odiata partitocrazia romana; la sposta più a nord con uguali benefici. Un sotterfugio che tutti si bevono.
Avviene così che nelle serate televisive ricorra da qualche mese questa nuovo termine delizioso, narrazione, che evoca scrittori antichi e moderni. Sono i diversi cantori del potere appollaiato sulle istituzioni repubblicane che si cimentano in questo fruttuoso esercizio. Pure le schiere sottili dei cronisti sembrano affascinati e turbati da questa parola suadente che li fa partecipare all’evento mediatico. E, come in un Paese delle meraviglie che incanta grandi e piccini, così tanti si perdono nell’effimere trame di colui che racconta.
Naturalmente le opposizioni non si sottraggono al gioco verbale e provano pure loro ad abbozzare qualche racconto mediatico. Breve, perché non sanno trovare un inizio alla loro storia, che s’ingarbuglia assai. Conoscono i copioni del Novecento, noiosi ormai perfino a chi li rappresenta. Soprattutto ignorano le trame sottili e i numerosi intrecci che danno corpo alla storia propinata.
Qualcuno nel Pd propone di creare un’apposita scuola di partito per insegnare un nuovo linguaggio che porti serenità e sicurezza, non importa come, agli elettori disperati. Altri vorrebbero affidarsi a psicologi qualificati per raddrizzare la barca che non va, affinando per l’occasione nuove e sofisticate tecniche di empatia. Veltroni sembra sia intenzionato ad aprire una rubrica di cuori solitari sul quotidiano l’Unità, mentre D’Alema – Bersani s’appresterebbero a far nascere nei territori del Nord nuove scuole di scrittura creativa. Basterà? I maliziosi dubitano e vorrebbero gesti più coraggiosi da parte di questi eroi mai tramontati.
Nelle provincie tutte queste novità infastidiscono i caporali di giornata e i loro attendenti. La bassa cucina non ha bisogno di prose zuccherose, di cinguettii ammiccanti. I politici, così amano definirsi, continuano imperterriti la loro marcia poco trionfale, incuranti di ciò che verrà. Il futuro non è nei loro programmi. Vige il prosaico “cattura il giorno”.
E’ la cronaca quindi che detta il passo nella politica rinsecchita di questo tempo infinito.
Per sviare l’attenzione della sua Giunta giocherellona, il sindaco della città del nobile Bocchi ha pensato bene di lasciar svolazzare parole sguaiate in una serata rotariana. La Sinistra negli anni del governo amministrativo ha gonfiato a dismisura la pianta organica. Così egli afferma e invoca Porto Viro per rafforzare l’insana idea. Furore attenuato della locale RSU e sconcerto dei lavoratori. Nessuno a spiegargli cos’è una pianta organica e come funziona, nemmeno il loquace suo vice, conoscitore del mondo vegetale, in particolare delle piante autoctone.
Lucianò, turbolento assessore, appresa la notizia, ha sobbalzato di fronte a tanto osare e col pallottoliere ha controllato i numeri dei dipendenti arruolati dal Centro Sinistra, quando anche’egli navigava con la ciurma di Spinello e Giribuola. A tuttora non si conosce ancora il risultato. Cotalini e Zanetti stanno ancora elaborando i dati.
In realtà sembra siano stati i maggiorenti del Pdl ad incoraggiare il navigatore Massimo ad uscire con questa trovata carina. Biada e cioccolatini per la stampa locale e per il Pd. Entrambi diversamente felici per così piccola grazia.
L’opposizione può ancora attendere.
Giovanni Ferro
lunedì 26 aprile 2010
giovedì 8 aprile 2010
Coriandoli di colorate speranze
Resurrezioni mancate
Gli esperti dei flussi del voto ci diranno con chiarezza i movimenti degli elettori dei due schieramenti e quanti non sono andati al seggio. Aspettiamo quindi il dato numerico fiduciosi.
Possiamo certamente affermare che la Lega ha vinto la sua competizione con il grande Benefattore, sottraendogli numerosi voti, specie qui da noi, nel Veneto. Il Piacere ha premiato quindi il partito territoriale, incarnato sulle promesse di Bossi, gemello eterozigote del magnate televisivo.
Le sue tv hanno strapazzato nell’ultima settimana i consueti avversari nemici, ostili all’amore sacro e profano. In effetti Bersani e Di Pietro hanno perduto alcune regioni, soprattutto per masochismo del Pd, incapace di liberarsi del vecchiume che ancora lo attanaglia. Solo la Puglia di Vendola continua a far sognare coloro che credono nel vero cambiamento, nella sconfitta della Destra.
La Curia romana, incurante dell’effetto mediatico, ha partecipato alla campagna elettorale nel Lazio e nell’intero Paese con serena tranquillità, dimenticando per qualche giorno i clamori delle denuncie sulla pedofilia dei preti nel mondo. I nuovi governatori eletti del Piemonte, del Lazio e del Veneto, ossequiosi, ringraziano la mano benedetta del Pontefice per tanta attenzione e promettono obbedienza limitata ai loro interessi. La dignità delle persone vale solo se ha il marchio leghista.
Gli “stranieri” vengono dopo. Le diverse umanità presenti nei territori sono fastidiosissimi disturbi da sostituirsi quanto prima con i robot della quarta generazione, quelli più vicini a noi. Ora è bene che nessuno s’illuda di diventare cittadino italiano, meglio padano.
I governanti del Vaticano un giorno dovranno spiegare agli uomini questo loro morboso attaccamento al potere temporale, a quello italiano, in particolare.
Nel territorio adriese i candidati, terminate le scaramucce elettorali tra le rispettive tribù ( Pdl -Lega e Pd con altri minori) e dopo i denari spesi per abbellire i loro profili ed abbeverare nelle moderne balere gli affezionati sostenitori, si riposano leggendo fumetti e giocando alle carte. Provano a recitare la parte nei nuovi copioni loro assegnati. Alcuni festeggiano in famiglia; altri si presentano rattristati e bisognosi di consolazione. C’è sempre il grande Intrattenitore che può sanare gli spiriti ammosciati.
La Coppola, ad esempio, copiosa nel voto di preferenza e per questo premiata, s’appresta ad entrare nella corte dello Zaia governatore, fiduciosa della sua straripante visibilità. Consumate le ultime porchette con i gaudenti del piacere politico, continuerà felice a salmodiare nelle tossiche periferie polesane. Nel passato non lontanissimo imprecava contro gli invisibili inquinanti della centrale termo elettrica di Polesine Camerini. Dopo la cura Galan, istruita nelle conoscenze della scienza più avanzata dal sindaco Finotti, ha deciso di porre fine alla sua straziante sofferenza e ha scelto il male minore: il silenzio.
Il Pd, partito di un’ignota frontiera, senza troppa visibile convinzione, ha provato la libera competizione al suo interno e i suoi tre candidati si sono dati molto da fare, qualcuno perfino con l’aiuto parentale a tempo pieno. I loro supporter dovevano essere ogni giorno istruiti dal segretario Frigato, per evitare confusioni imbarazzanti tra gli elettori. Ciò non è servito molto, com’è noto. Le oligarchie mescolate tra loro hanno provato sì ad uscire all’aperto, ma i loro fonemi (suoni) erano deboli, storpiati dal clamore degli avversari e irriconoscibili dalla gente comune, attratta dalla sciamanica narrazione della Lega, prodiga nelle fatue promesse di un federalismo tutto da costruire ed impegnata nelle edificazioni effimere di muri oltraggiosi.
Solo la Puglia ha portato qualche sorriso in molti sperduti elettori della Penisola, scatenando speranze irriguardose nelle cerchie attonite dei gestori del consenso quasi perduto.
Ora coriandoli di colorate speranze sono in movimento, contagiose e irrispettose di questo nostro palcoscenico politico italiano.
Giovanni Ferro
sabato 3 aprile 2010
Riccardo Lombardi
All’amico G. Speranzini
Stupisce la freschezza e la modernità del pensiero di Riccardo Lombardi, socialista prestigioso del Novecento. Il secondo dopoguerra, difficile e delicato insieme, ci restituisce oggi, rileggendo i suoi scritti, un uomo politico della Sinistra unico e incompreso da molti. Dai suoi compagni di partito, innanzitutto, e dalle forze progressiste più in generale. Non sorprende che i due partiti della sinistra storica, Pci e Psi, abbiano dimenticato l’originalità del suo pensiero, libero e autonomo in tempi nei quali occorreva schierarsi politicamente, senza alcun indugio. Il mondo diviso nei blocchi est- ovest richiedeva questo. Da una parte L’Urss, dall’altra gli Usa. Era difficile non esserne coinvolti.
I socialisti, nelle loro diverse articolazioni e formazioni politiche, furono i primi a vivere questo travaglio. Il frontismo, alleanza elettorale tra PSI e PCI nelle elezioni del 1948, fu la risposta alla conservazione montante delle forze più moderate e conservatrici presenti nel Paese. La DC ne fu la guida, con i suoi alleati minori. Il Fronte Democratico Popolare (FDP) cessò poco tempo dopo, perché considerato non più rispondente alle esigenze dei due partiti fondatori.
Lombardi dimostrò allora una diversa sensibilità nei confronti del ruolo dell’Urss e del partito comunista italiano, non appiattendosi mai su posizioni compiacenti, anzi rivendicò con ostinazione il ruolo dei socialisti, come testimoniano le sue parole nell’articolo sull’Avanti del 18.01.49, “False gravidanze”.
R. Morandi dirigente socialista, nel dibattito politico del dopoguerra, lo aveva accusato di “eresia e insensibilità di classe” per le sue posizioni manifestate sulla stampa. Lombardi risponde con fermezza al “furore teologico” del suo compagno, il quale riteneva la lotta di classe una questione riguardante l’URSS e gli stati capitalistici e che la strategia del proletariato per questo “dovesse interamente subordinarsi alle esigenze dello Stato, “assunto come.. guida del movimento internazionale”. L’Unione Sovietica.
Il ruolo delle socialdemocrazie e del socialismo italiano sarebbe quindi superfluo, se così fosse. I socialisti però esistono, hanno i loro iscritti e simpatizzanti, provengono da una lunga e prestigiosa storia e operano accanto al PCI, dichiara Lombardi. In questa sua affermazione si coglie il senso del rigore dialettico, concreto, non dogmatico, quando ancora non si conoscevano i crimini di Stalin. Solo nel 1956 vennero resi pubblici nel famoso congresso del PCUS.
Fu pure attaccato da “sinistra” come liberista, poiché riteneva utile introdurre nel nostro Paese riforme di struttura, creare l’autogestione in economia, al servizio cioè dei lavoratori, dei cittadini consumatori, come diremmo oggi.
Naturalmente il pensiero dell’esponente socialista, che tanto seppe affascinare, non si limitò solo a questo. Spazia dall’economia al sindacato, dalla politica estera a quella interna, tra i partiti e le istituzioni, con acute osservazioni su aspetti della vita quotidiana, su ciò che è utile, da ciò che può ritenersi superfluo.
Per concludere questo ricordo, mi piace citare la bella lettera, siamo nel 1945, all’amico G. Speranzini, formulando la seguente domanda:“ Che cosa è essenziale per la nascita della democrazia in Italia?
E’ essenziale - risponde - che il Paese sia attivizzato, che il più gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia interessato politicamente ed economicamente a uno stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo;…..”
La lettera prosegue e nella sua apparente vetustà presenta una straordinaria modernità in alcuni suoi passaggi. Questo che ho citato mi sembra uno dei più belli.
Sostituiamo, infatti, nella domanda nascita con difesa e subito appare chiaro l’importanza di quella proposizione.
Di quest’uomo integerrimo, utopista secondo alcuni, impegnato a ricostruire le basi di una democrazia aperta al socialismo, rimane oggi un ricordo sbiadito. C’è necessità, nella ricostruzione della sinistra, che il suo messaggio torni tra di noi per essere ascoltato attentamente.
Giovanni Ferro
Stupisce la freschezza e la modernità del pensiero di Riccardo Lombardi, socialista prestigioso del Novecento. Il secondo dopoguerra, difficile e delicato insieme, ci restituisce oggi, rileggendo i suoi scritti, un uomo politico della Sinistra unico e incompreso da molti. Dai suoi compagni di partito, innanzitutto, e dalle forze progressiste più in generale. Non sorprende che i due partiti della sinistra storica, Pci e Psi, abbiano dimenticato l’originalità del suo pensiero, libero e autonomo in tempi nei quali occorreva schierarsi politicamente, senza alcun indugio. Il mondo diviso nei blocchi est- ovest richiedeva questo. Da una parte L’Urss, dall’altra gli Usa. Era difficile non esserne coinvolti.
I socialisti, nelle loro diverse articolazioni e formazioni politiche, furono i primi a vivere questo travaglio. Il frontismo, alleanza elettorale tra PSI e PCI nelle elezioni del 1948, fu la risposta alla conservazione montante delle forze più moderate e conservatrici presenti nel Paese. La DC ne fu la guida, con i suoi alleati minori. Il Fronte Democratico Popolare (FDP) cessò poco tempo dopo, perché considerato non più rispondente alle esigenze dei due partiti fondatori.
Lombardi dimostrò allora una diversa sensibilità nei confronti del ruolo dell’Urss e del partito comunista italiano, non appiattendosi mai su posizioni compiacenti, anzi rivendicò con ostinazione il ruolo dei socialisti, come testimoniano le sue parole nell’articolo sull’Avanti del 18.01.49, “False gravidanze”.
R. Morandi dirigente socialista, nel dibattito politico del dopoguerra, lo aveva accusato di “eresia e insensibilità di classe” per le sue posizioni manifestate sulla stampa. Lombardi risponde con fermezza al “furore teologico” del suo compagno, il quale riteneva la lotta di classe una questione riguardante l’URSS e gli stati capitalistici e che la strategia del proletariato per questo “dovesse interamente subordinarsi alle esigenze dello Stato, “assunto come.. guida del movimento internazionale”. L’Unione Sovietica.
Il ruolo delle socialdemocrazie e del socialismo italiano sarebbe quindi superfluo, se così fosse. I socialisti però esistono, hanno i loro iscritti e simpatizzanti, provengono da una lunga e prestigiosa storia e operano accanto al PCI, dichiara Lombardi. In questa sua affermazione si coglie il senso del rigore dialettico, concreto, non dogmatico, quando ancora non si conoscevano i crimini di Stalin. Solo nel 1956 vennero resi pubblici nel famoso congresso del PCUS.
Fu pure attaccato da “sinistra” come liberista, poiché riteneva utile introdurre nel nostro Paese riforme di struttura, creare l’autogestione in economia, al servizio cioè dei lavoratori, dei cittadini consumatori, come diremmo oggi.
Naturalmente il pensiero dell’esponente socialista, che tanto seppe affascinare, non si limitò solo a questo. Spazia dall’economia al sindacato, dalla politica estera a quella interna, tra i partiti e le istituzioni, con acute osservazioni su aspetti della vita quotidiana, su ciò che è utile, da ciò che può ritenersi superfluo.
Per concludere questo ricordo, mi piace citare la bella lettera, siamo nel 1945, all’amico G. Speranzini, formulando la seguente domanda:“ Che cosa è essenziale per la nascita della democrazia in Italia?
E’ essenziale - risponde - che il Paese sia attivizzato, che il più gran numero possibile di lavoratori di tutti i ceti sia interessato politicamente ed economicamente a uno stato democratico, al punto che tutti si sentano minacciati quando la democrazia è in pericolo;…..”
La lettera prosegue e nella sua apparente vetustà presenta una straordinaria modernità in alcuni suoi passaggi. Questo che ho citato mi sembra uno dei più belli.
Sostituiamo, infatti, nella domanda nascita con difesa e subito appare chiaro l’importanza di quella proposizione.
Di quest’uomo integerrimo, utopista secondo alcuni, impegnato a ricostruire le basi di una democrazia aperta al socialismo, rimane oggi un ricordo sbiadito. C’è necessità, nella ricostruzione della sinistra, che il suo messaggio torni tra di noi per essere ascoltato attentamente.
Giovanni Ferro
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