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domenica 14 dicembre 2014

Adria, cuore antico del Polesine - di Antonio Lodo



                                                             
“ Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve
come una spugna e si dilata… Ma la città non dice il
suo passato, lo contiene come le linee d’una mano…


… talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo
e sotto lo stesso nome… Alle volte anche i nomi degli abi-
tanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i
lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi
e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro
posto si sono annidati dèi estranei.”

( I. CALVINO, Le città invisibili)



      Una storia complessa come quella adriese, nonostante la molteplicità di trattazioni ancora da
scrivere non soltanto nel suo disegno generale ma anche in tanti passaggi importanti col necessario rigore e la dovuta attendibilità documentaria, offre a uno sguardo d’insieme quale il presente una serie di rilievi, di suggestioni, di riflessioni che ne possono evidenziare i capitoli essenziali, gli eventi fondamentali, i processi più evidenti: magari cedendo a qualche seducente individuazione di elementi o tratti che si presumono specifici, in modo permanente o ricorrente, per dir così largamente identitari.  Insomma, tali da permettere l’azzardo di riconoscere talune “costanti” che sembrano caratterizzare, nei secoli e nelle vicende, certo spirito della città, dei suoi cittadini, certe ragioni ed espressioni riaffioranti nella lunga durata di una storia plurimillenaria.
Provando così a dar conto in qualche modo di quel suo presumersi, e sentirsi, l’originaria matrice, depositaria delle radici primitive, pure e autentiche, della civiltà sorgiva e dunque della natura culturale e spirituale più profonda del territorio, dal centro del Polesine fino al mare (dunque, pour cause Adriatico).  Non solo per la grandezza –relativa, s’intende, a questa nostra regione- della sua storia nell’antichità, fra VI secolo a.C. e II secolo d.C., ma anche per il ruolo e la centralità nella presenza e diffusione del Cristianesimo: vale a dire le linfe culturali e spirituali della civiltà da cui tutti proveniamo, e non solo sul piano nazionale.  Ma anche per quell’orgoglioso senso di autonomia che deriva dalla tradizione in quanto si ripete e si alimenta nella vivacità e nella passione di vita civile che anche nei periodi successivi, in posizione per altro secondaria rispetto ad altri centri, ne ha segnato momenti alti e significativi; basti il periodo del secondo Ottocento e del primo Novecento, fra fiorente sviluppo economico, sociale, commerciale, affermazione del movimento socialista, incremento demografico, espressioni culturali e artistiche… Senso autonomistico d’altro canto corroborato dalla ricorrente condizione, nei secoli, di città prossima a confini, alle demarcazioni politiche e amministrative di diversi Stati e organismi territoriali: fra Esarcato e Longobardi, fra Ferrara e poi Stato Pontificio e Venezia, fra Veneto e Emilia. Singolarmente, e non paradossalmente, quindi, legata e radicata nella sua presenza e nella sua vicenda.



    
                                                                
La storia grande di Adria, originariamente acquartierata in riva a un ramo del Po, che forse ne motiva l’étimo legandolo all’acqua, nell’antichità evolve particolarmente dal VI sec. a.C., quando mercanti greci progressivamente sviluppano traffici e commerci insediandosi qui, fra i presenti “Veneti che abitano nei pressi dell’Adriatico”. 1) La città diventa importante emporio, con un porto fluviale collegato al mare; gli scambi smistano vasellame, olio, vino, soprattutto dal mare verso l’interno, dal nord e centro Europa arriva l’ambra ab immemorabili e poi si trafficano bestiame (galline, cavalli), prodotti della pesca, laterizi. Prima di Spina, e poi con questa, Adria conosce la penetrazione etrusca, con l’avvio di opere idrauliche rilevanti; e poi la presenza dei Siracusani, in cerca di sbocchi sull’Adriatico; e dei Galli Boi.  Finché dal III secolo a.C. e almeno fino al II d.C. (è colonia nel 225 a.C., e successivamente municipium) i Romani la trasformano in uno strategico centro sia per l’organizzazione e il controllo del territorio, l’agro adriese, sia per lo sviluppo dei commerci e dei traffici: le vie Popillia e Annia (II sec. a.C.), importanti magistrature locali, il porto, la costruzione di un teatro, di terme, di un anfiteatro, danno prova di una città popolosa e fiorente, di grande importanza in un quadro territoriale, all’intorno, largamente instabile e poco popolato.
   Il cuore dell’urbs è situato a sud dell’attuale abitato; della civitas, s’è accennato, abbiamo qualche traccia in magistrature quali i duumviri e il Senato cittadino, un Collegium Nautarum legato alla marineria interna. La città ha qui la sua prima storia vera e piena, gloriosa nelle fonti antiche che le riconoscono la funzione epònima per l’Adriatico, e per ciò che il terreno ha rivelato fin dall’inizio dell’epoca post-medievale e moderna, e che continua a rivelare, ancora, nelle attuali indagini di scavo.
   La decadenza dei secoli successivi, che con fasi diversificate si inquadra negli sconvolgimenti e nel progressivo crollo delle strutture amministrative e materiali del mondo romano, e trova nei ricorrenti fenomeni alluvionali ulteriore fattore di impoverimento e periodici spopolamenti, si estende fra II-III secolo d.C. e IX secolo. Notizie alquanto sparute, talora di dubbia attendibilità, mostrano comunque il persistere del porto fluviale, capace di accogliere un’intera flotta ancora nel VII secolo, nonché di certe funzioni amministrative e fiscali; documentano il ruolo di caposaldo importante al confine dell’Esarcato (VI sec.), la presenza del Vescovo (il primo nome è Gallionisto) fin dal VII secolo. Le stesse vie di comunicazione “abbandonano” la città, a favore di altri percorsi endolagunari, ma non ne provocano l’abbandono nonostante l’inevitabile immiserimento. (2)
   Al IX secolo risale la prima citazione di Rovigo (a dispetto delle suggestioni tradizionali, il nome riconduce a un gotico Hrotheigs, cioè “vittorioso”, (3) ma si ascrivono pure donazioni di beni importanti ed estesi alla chiesa adriese. E poi, fra X e XII secolo, il ruolo religioso e temporale, e militare, del vescovo adriese si misura con le limitrofe Loreo e Cavarzere, e si scontra per la prima volta –soccombendo- col Ducato veneziano (1017); si avvia l’istituzionalizzazione di un uso comunitario delle Valli (il vagantivo), si subiscono le conseguenze di altre disastrose alluvioni quale, su tutte, la rotta di Ficarolo (1152?), al dire di F.A. Bocchi causa della definitiva perdita dell’antico porto. (4)
   Il ridimensionamento del ruolo temporale del Vescovo, dopo altre contese coi confinanti, si compie ai primi del XIII secolo; nel 1221 Azzo d’Este viene investito tra l’altro di Rovigo e di Adria. E’ l’inizio dell’egemonia estense che, tranne brevi momenti in cui è Venezia a imporsi (del 1309 è l’importante Pactum Adriae, preziosa testimonianza di norme, regole, accordi della vita cittadine e dei rapporti col Ducato), si prolungherà fino al 1511.
   La città, pur con stenti e contingenti sciagure, quali le conseguenze della rotta del Castagnaro del 1438 e la breve conquista dei Veneziani nel 1482 che vi provoca stragi e devastazioni, ha una sua struttura e vita civile e amministrativa abbastanza articolata, come attestano gli Statuti del 1442, la celebrazione del Sinodo del 1447, l’istituzione della Parrocchia della Tomba, la presenza di notai e perfino di due maestri di grammatica. A fatica, insomma, ma con tenacia alcune famiglie, e una popolazione soprattutto di pescatori, cannaroli, piccoli artigiani, barcaioli, mantengono viva una città che non vuole rinunciare ai suoi segni e fattori di vita e di dignità insieme.
   Il dominio della Serenissima, ininterrottamente per quasi tre secoli (1511-1797) si mantiene su una città che va ripristinando prima, e sviluppando poi, funzioni, istituzioni, attività. I Rettori che la Dominante invia, a partire da Angelo Tron nel 1518, col mandato di osservare i Capitoli di governo della promissione dogale, definiti anche in base agli Statuti cittadini, esercitano un potere e un controllo generale, amministrano quotidianamente la giustizia, avviano riorganizzazioni e ristrutturazioni –a cominciare dal luogo simbolo del Palazzo Pretorio, di fronte all’insegna marchesca piantata sulla piazza-, vigilano sulle magistrature nominate dal Consiglio generale dei cittadini e assicurano l’ordine pubblico e la difesa. (5) Adria conserva un ruolo importante seppur limitato, centro urbano di circa 2000 abitanti verso l’epoca del Taglio di Porto Viro (1600-1604), città di confine non solo per la vicinanza, alle Còrbole, del territorio degli Estensi fino alla devoluzione del 1598 e poi dei Pontifìci; ma anche per le zone, le terre, le alluvioni, le marine deltizie che si espandono, mutando incessantemente, verso il mare. E’ un ruolo oggettivamente secondario, nel quadro dello Stato e della Terraferma, ma abbastanza delicato per la prossimità a luoghi di tanti passaggi: di Stato, di merci, di uomini.
   Le memorie cittadine, largamente consultabili nel prezioso Archivio locale, restituiscono segni e tracce di pochi eventi rilevanti: il Taglio; l’introduzione del mais (1603); l’affiancamento del Camerlengo al Podestà (1628); la peste del 1630-31; alcuni effetti della guerra di Castro, 1633-34; (6) fino al rinnovo del Consiglio del 1757, che definisce il catalogo delle principali famiglie, e i rigorosi requisiti per la cittadinanza: estremo esempio, in chiave adriese, delle diffuse “chiusure” dei Consigli in tante città di Terraferma.
   Anche qui il patriziato veneziano persegue forme di insediamento e di acquisizione di beni rurali e terreni che col tempo da scelta economica “si fa esplicita scelta di governo”, (7) a cominciare dai Grimani che nel 1524 ottengono la gestione delle Valli fra Adria e Cavarzere, e che sarà il “cuore” della plurisecolare questione del vagantivo fino all’ ‘800. (8) La vita economica è basata sull’agricoltura, sulla pesca, sui commerci e sui traffici che ancora largamente si svolgono sui canali in collegamento col Po e col delta, con le lagune veneziane.  Il Fondaco dei grani esercita una funzione anche sociale, pur con gestioni talora disinvolte o improprie; il mercato del sabato è il momento economico e commerciale di riferimento per tutto il territorio circostante.  Anche Adria risente dei benefici effetti del Taglio del Po; e anche questa parte del Polesine, nonostante ricorrenti alluvioni, conosce progressivamente una più efficace e sicura gestione grazie ai numerosi Consorzi (le Prese veneziane) che ne regolano le acque di bonifica e di scolo.  La città cresce, dai primi del ‘600 a fine ‘700, raggiungendo gli oltre 6000 abitanti.
   Gli oggetti di antichità che il terreno restituisce, numerosi fin dal ‘500 e via via sempre più consapevolmente trattati –ma anche asportati, soprattutto in direzione di Venezia- inducono fra ‘600 e ‘700 a rievocare e ricostruire, talora con suggestive o fantasiose ipotesi, la grandezza antica della città, quella delle terme dichiarate dal toponimo “Fontana”, o quella del teatro riportato alla luce nel 1661 alla Tomba. La rievocazione diventa poco a poco rivendicazione, e si accompagna alla parallela, orgogliosa difesa dei propri indiscutibili, irrinunciabili “diritti” di Sede vescovile, che periodicamente ambienti rodigini, in forza della residenza dei Vescovi, tendono a svilire o negare.
Alla metà del ‘700 si è ormai affermata l’idea della raccolta, dello studio, della conservazione di tutti i documenti e oggetti, delle carte e dei reperti antichi che dimostrino e confermino insieme l’antichità, il prestigio, la nobiltà culturale e spirituale della città. (9)

   Con l’irruzione napoleonica del 1797, fino al 1813 (col breve intermezzo della prima dominazione austriaca fra 1799 e 1801), la città conosce, come tante, mutamenti anche sconvolgenti in quasi tutti gli ambiti: i ripetuti assestamenti amministrativi; nuovi protagonismi sociali ( un Ravenna “ebreo” nella Municipalità); laicizzazione della vita pubblica, con la sconsacrazione di edifici religiosi e la spoliazione di beni; riorganizzazione territoriale e fiscale, con gli aggravi durissimi finalizzati alle ingenti spese militari. Preceduti da interventi importanti del passato regime quali la sistemazione delle strade nel 1785 e l’avvio della illuminazione pubblica coi “ferali” nel 1797, alcune significative scelte mostrano aspetti nuovi della città: l’acquisizione del palazzo destinato alla nuova Municipalità, il primo teatro vero e proprio nell’ex chiesetta di S. Stefano, la sistemazione di un palazzo privato a Pretura. Nella vita politico-sociale si registra una sostituzione del ceto dominante sensibile ma non radicale; un’indiretta, singolare testimonianza di un corpo sociale e civile piuttosto stabile, pur nei contrasti violenti che alimentano l’insorgenza di quegli anni, è data dall’episodio del 1809 in cui appunto gli “insorgenti” che piombano su Adria provocano sì alcuni danni e grandissimo allarme, ma vengono respinti con la forza dai maggiorenti della città col concorso di altri più modesti borghesi, lasciando sul terreno due morti. (10)
   Sembra che la città riesca ad assimilare, pur con evidenti difficoltà, le novità “rivoluzionarie” ma nel contempo conservi elementi di fondo –vedi le grandi proprietà, le famiglie eminenti, il ruolo della chiesa- di una certa stabilità, continuità. Viene da esemplificare l’idea con la figura del ricchissimo Carlo Bocchi, sposato con una nobildonna veneziana, figura già di rilievo con la Serenissima, Pretore con i Francesi, Deputato nella Congregazione del Lombardo-Veneto austriaco... (11)
   Vi si è già accennato sopra: nel susseguirsi dei diversi regimi politici fra ‘700 e ‘800 Adria ridefinisce e riafferma, per così dire, le sue basi antiche, le radici profonde non solo sue, ma della lingua di territorio che giace fra l’Adige e il Po. C’è una serie di figure , di scritti, di indagini anche archeologiche, che danno vita a un processo complessivo che possiamo inscrivere fra la data convenzionale della collezione dei Bocchi con museo e archivio (1770) e l’istituzione, col lascito di Carlo Bocchi, del Ginnasio vescovile finalizzato alla creazione del Seminario diocesano (1841). Ancora, l’antichità da un alto e la centralità religiosa dall’altro come orgoglioso nutrimento della natura e dell’importanza della città, della sua identità e della sua unicità.

   Formata nel 1815 la Provincia di Rovigo (qualcuno come Carlo Bocchi avrebbe preferito l’aggregazione a quella di Venezia, come Ariano e Loreo, “rodigine” solo dal 1851), Adria viene dotata nel 1819 di Congregazione Municipale, con Podestà e quattro Assessori.  Nel periodo di dominazione austriaca, fino agli anni ’60, la città cresce notevolmente, e migliora in vari aspetti, tra cui le strade e le abitazioni, si chiudono le stagnanti Fosse che attraversano il centro abitato, si costruiscono il nuovo Ospedale, la Casa di Ricovero, il Ginnasio, si rinnova il Teatro Orfeo, rinasce una tipografia cittadina. Alla metà del secolo gli abitanti superano gli 11.000.  L’agricoltura conosce esperienze innovative (macchine a vapore), i commerci restano assai attivi e si sviluppano lungo i canali, sulle riviere e sulle banchine, risistemate anch’esse; il mercato settimanale e la Fiera di settembre sono i momenti forti, evidenti, del ruolo della città nel Territorio: si commerciano i prodotti agricoli, in particolare il grano, notevoli sono la lavorazione e lo smercio della canna, così come il traffico delle merci tramite le imbarcazioni che collegano il Canalbianco dal cuore della città ad altri corsi d’acqua, ai fiumi, godendo anche della navigazione sviluppata fra Trieste, Venezia e l’interno della Pianura padana. (12)
   La proprietà fondiaria rimane per altro tradizionalmente appannaggio delle solite famiglie, alcuni patrizi veneziani (che continuano a detenere un terzo del totale, alla metà del secolo), e altri, poco numerosi possidenti locali. Significativo pare poi che le novità delle idrovore citate siano introdotte da una famiglia (Salvagnini) di ricchezze recenti e di recente insediamento. Permane il problema allora definito del “pauperismo”, che trova nella questione del vagantivo la sua espressione più appariscente, e spiega il problema dei furti campestri, di natura sociale ben più che di ordine pubblico; vi è strettamente connesso l’altro aspetto: il problema del bracciantato spesso inattivo per lunghi periodi dell’anno. Sono problematiche che prolungano in tempi lunghissimi le secolari difficoltà, le oppressioni, i disagi delle plebi adriesi, dei “cannaroli”, da sempre in lotta con proprietari e usurpatori, col prosciugamento delle valli provocato dalle bonifiche, e con padroni tutt’altro che umanitari. La nobiltà locale (Giulianati, Casellati, Mecenati, Bocchi, Tretti, De Lardi…) con qualche eccezione collabora con gli Austriaci e si stringe nel rivendicare la prerogativa vescovile; ora per altro si affermano altre famiglie, Salvagnini, Pegolini, Lupati, Oriani, gli ebrei Ravenna. (13)    La vita civile e politica, non priva di contrasti, si manifesta piuttosto vivace, in simile quadro: qualche adriese partecipa o è in collegamento con le prime “vendite” carbonare, vari altri –tra cui Angelo Scarsellini e Pietro Pegolini, e poi Alfonso Turri- sono protagonisti delle azioni e delle cospirazioni che culminano nell’insurrezione del febbraio ’48 a Padova, dove resta nobile memoria dell’impulsivo protagonismo di Bortolo Lupati.Alcuni, tra cui Gaetano Zen e Domenico Sampieri, partecipano alla spedizione dei Mille, ben 150 adriesi risultano volontari nel 1866, l’anno dell’annessione al Regno d’Italia: a fine giugno le truppe del gen. Franzini entrano in città; di lì a poco il plebiscito dà oltre 5000 “sì” e un solo “no”. (14)
   Fin dalle prime elezioni, 1867, e nei decenni successivi, la vita civile e politica cittadina si mostra vivace, ricca di schieramenti e di personaggi. Ai mazziniani (Pegolini), alle tendenze più conservatrici, a quelle monarchico-liberali (Turri, Salvagnini), si aggiungono i sostenitori garibaldini, che manifestano apertamente tendenze repubblicane, mentre i liberali si distinguono fra quelli più conservatori (e socialmente reazionari) e quelli costituzionali progressisti: questi ultimi trovano voce nel 1870 nel Cieco d’Adria, e i democratici repubblicani danno vita a La Sveglia.
   Anche qui per qualche decennio è il notabilato agrario a esprimere i parlamentari; per un decennio viene eletto R. Bonfadini, lombardo, segretario del Ministero della Pubblica Istruzione, e dopo un breve intervallo del democratico Cesare Parenzo, massone, nel 1880 subentra Angelo Papadopoli, rudiniano, grande proprietario.  Ma fin dagli anni ’70 ad Adria esiste un nucleo, il più importante della Provincia, di propaganda socialista animato da Francesco Ortore, uno degli organizzatori delle proteste contro l’abolizione del vagantivo. (15)
   Congiuntura agraria e stasi delle bonifiche aggravano l’impoverimento del ceto bracciantile, e cresce la diffusione del verbo socialista con l’attivismo dei suoi organizzatori. Fra aprile e maggio del 1884, da Mazzorno a Pezzoli, scoppiano disordini e vengono proclamati scioperi per rivendicare aumenti e migliori condizioni dei braccianti: sono le prime scintille e le prime azioni di lotta de La boje, il vasto movimento che di lì a poche settimane incendierà larga parte della Pianura padana. (16)
Adria, se non vera e propria “culla del socialismo veneto” (così la definisce il contemporaneo padovano Carlo Monticelli), è senz’altro il centro più attivo, intraprendente, di presenza e irraggiamento fino ai primi del ‘900: qui nascono i giornali La Concordia (1891), prima democratico poi socialista, e La Lotta (1899); al Congresso di Genova del 1892, unica del Polesine, partecipa la Società Operaia Adriese. Nel movimento socialista confluiscono due filoni, quello di tendenza anarchica e quello di tendenza democratico-radicale, rappresentato tra gli altri da Nicola Badaloni e da Dante Coletti, fondatore de La Lotta. E il filone anarchico-sindacalista animerà la prima Camera del Lavoro autonoma, nel 1907, e il coevo periodico Lotta di classe. (17)
   Insomma la città rivela nel contesto provinciale un protagonismo –e un antagonismo- assolutamente eminenti e autonomi. Non più soltanto i tradizionali elementi del suo storico prestigio (la nobiltà della sua antichità, la funzione ab origine di Centro della Diocesi), ma anche la sua vivacissima e varia vita politico-civile, sociale, economica, la supremazia demografica sulla stessa Rovigo capoluogo: anche, ora, il nuovo protagonismo delle classi popolari e piccolo borghesi, che si riconoscono nei messaggi politici repubblicani, democratici e soprattutto socialisti.
   E’ un protagonismo che la connota fin verso la metà del XX secolo, anche quando Rovigo avrà affermato la sua supremazia per abitanti, funzioni, risorse con sempre maggiore evidenza e vitalità culturale.
   La città non solo reagisce visceralmente nelle sue componenti cattoliche al tentativo di spostamento degli uffici del Vescovado, provocando nel 1909 la punizione dell’ultimo “Interdetto” della Chiesa. (18)    Ma mostra forza reattiva, magari confusamente, in più circostanze, socialmente rivelatrici e politicamente assai significative: scioperi negli anni 1910 e 1911, manifestazioni diverse fra 1915 e 1917 contro la guerra e lo Stato, protagoniste ribelli in alcuni casi le donne. La vittoria generale del Partito Socialista nel 1920 in tutti i 63 Comuni polesani, è seguita dalle violenze che il nascente fascismo, sostenuto dagli agrari, esercita un po’ dappertutto; Adria diventa, per le sue caratteristiche, centro cruciale, con acutissime tensioni, fino ad alcuni delitti in città, a Mazzorno, a Bottrighe, e fino ai gravi fatti del 1925, vittime da un lato un fascista di Ariano e i fratelli Chiaratti dall’altro.
 Assicuratosi il potere, il fascismo impone il pugno di ferro sulle voci contrarie o dissidenti: anarchici, repubblicani, cattolici oltre a socialisti e comunisti. Ancora nel 1931, nonostante la repressione, ci sono manifestazioni di ribellione popolare, seguite dal confino inflitto ai principali protagonisti, fra cui circolano idee anarchiche e comuniste. (19)
   Per altro anche in questi decenni la città è centro vivo, di riferimento per tutto il Basso Polesine: commercio, banche, strutture pubbliche, scuole, mercati, teatro coagulano le attività e gli interessi più vari di tutto quel territorio.
E ad Adria, dopo gli eventi del 1943, si costituiscono i nuclei più numerosi della Resistenza polesana, nelle componenti laico-repubblicana, socialista e comunista, cattolica. Ancora una volta la città svolge un ruolo assolutamente eminente, esprime un protagonismo autonomo, acceso, nel contesto del territorio, manifestando ricchezza di tendenze, idee, correnti politiche che animano la lotta al fascismo sia nella versione laica più moderata sia in quella armata, in cui la prospettiva rivoluzionaria si intreccia anche con violenze inaccettabili. (20)
   Il dopoguerra della Repubblica democratica è ovviamente anche qui fervido, teso e contrastato politicamente,  fino al catastrofico evento dell’alluvione che nel 1951 devasta anche Adria, abbattendosi sui suoi 34.000 abitanti.  Negli anni a seguire l’esodo di migliaia di persone è l’epifenomeno appariscente di trasformazioni economico-sociali, di gravi disagi evidenziati tra l’altro dalle lotte bracciantili fino alla metà degli anni ’50.  Nuovi assetti e diversi sviluppi, anche negli impieghi di capitali, processi di industrializzazione accelerata, inducono migliaia di adriesi, in un quindicennio, all’emigrazione verso la Lombardia e il Piemonte.
   La storica consapevolezza di prestigio della città, rivendicata sempre con passione ma coltivata con alterna lucidità, non viene meno. Adria registra una popolanità politicamente antagonista e ostile ai tradizionali poteri economici e politici ma insieme partecipe, solidale nell’orgoglio per gli istituti, le memorie, le espressioni sociali cittadine (su tutte, quelle a carattere musicale).  Si prolunga la tipica vivacità politica: va rilevato che qui si realizza il primo esperimento nazionale di centrosinistra, alla svolta degli anni ’50-’60; ma l’autonomia diventa progressivamente sempre più faticosa, nei decenni più recenti quasi asfittica.  Le evoluzioni e i processi in campo amministrativo, economico, sociale tendenti da un lato a rafforzare e consolidare il Capoluogo, dall’altro a favorire i centri dislocati lungo la Romea, insediamenti produttivi e industriali dettati da scelte di livello ben superiore, di fatto al di fuori del controllo decisionale locale (e provinciale, spesso), hanno finito col condizionare fondamentalmente il ruolo della città in questo ultimi decenni. La stessa trasformazione in Diocesi di Adria-Rovigo del 1986 viene subìta, non soltanto dai cattolici dichiarati, come un ulteriore colpo alla tradizione e alla identità tout court della Città.
   Oggi e domani Adria può e deve –si pensa- conservare la sua prestigiosa funzione integrandosi, da centro urbanisticamente strutturato in forma significativa e attraente, da luogo di servizi qualificati e complessi, da città culturalmente e storicamente di riferimento, da “Porta” d’ingresso alle terre e alle acque del Parco regionale del Delta, con il contesto che nel Polesine orientale del Delta, appunto, ospita la coabitazione di realtà naturali e ambientali di assoluto pregio e insediamenti diversi, di consistenza e potenzialità autonome, con aspetti produttivi importanti e di portata anche radicalmente problematica.
   Adria ha la sua storia, che è la storia di riferimento di tutto il territorio bassopolesano dall’antichità fino al XVIII-XIX secolo. Oggi la “sua” storia è parte di un territorio che si va delineando in forme, modi, processi nuovi, che investono confini territoriali e assetti ambientali, strutture materiali e modalità nuovissime delle comunicazioni, rapporti economici e sociali; oltre che tendenze e costumi, stili di vita collettivi e privati molto lontani da quelli soltanto di qualche decennio fa.  Non è tempo di inseguire anacronismi di passate fortune o supremazie, e non è tempo di rimpiangerne sterilmente la perdita. Quel senso congenito, quasi arcaicamente sanguigno di appartenenza orgogliosa, può nobilitarsi, negli Adriesi, fino a quella autocoscienza di cittadini che rende tale una città, secondo illustri storici; (21)   ma può sminuirsi, come altre volte è capitato e sempre si rischia, in provincialismo tanto spocchioso quanto inane. E’ tempo di rintracciare e individuare, di coltivare e di rinforzare gli aspetti e le ragioni del proprio “essere città” nel nuovo quadro appena accennato. Per Adria, l’antica, valgono le parole riservate alla calviniana Zenobia delle Città invisibili: “ è inutile stabilire se sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati”. (22)
  





 NOTE

(1)        DE VIT, I, 1888, p. 113, riporta le parole di Teopompo in nota.
(2)        CASAZZA, 2003, pp. 93 ss.
(3)        DEVOTO, 1974, p. 221.
(4)        F.A. BOCCHI, 1974, p. 59.
(5)        F.A. BOCCHI, 1974, pp. 68-69.
(6)        BOCCA, 1985, passim.
(7)        BERENGO, 1999, p. 156.
(8)        F.A. BOCCHI, 1888, passim.
(9)        F.A. BOCCHI, 1858, Introduzione;  F.A. BOCCHI,1879, pp. 1-17.
(10)    F.A. BOCCHI, 1974, pp. 78 ss.
(11)    LODO, 1992, pp. 13-22.
(12)    F.A. BOCCHI, 1974, pp. 82-85;  ANDREINI, 1994, pp. 41-43.
(13)    ANDREINI, 1994, pp. 66-71.
(14)    ZENNARI, 1931, pp. 287-305;  ANDREINI, 1994, pp. 74-98.
(15)    ANDREINI, 2000, p. 379 e passim;  LANARO, 1984, pp. 428-29;  FRANZINA, 1984, p.      
  730.
      (16)   FRANZINA, 1984, pp. 754 ss.
      (17)   ZAGHI, 1991, passim.
      (18)   RONDINA, 2007, passim.
      (19)   SPARAPAN, 1986, pp. 15 ss.
      (20)   SPARAPAN, 1986, passim.
      (21)   BERENGO, 1999, p. XIII.
      (22)   CALVINO, 2001, p. 384.

  












                            

                 BIBLIOGRAFIA SOMMARIA DI RIFERIMENTO


AA. VV., Diocesi di Adria-Rovigo, a c. di G. Romanato, Padova, Gregoriana, 1991
AA. VV., Francesco Antonio Bocchi e il suo tempo, a c. di A. Lodo, Rovigo, Minelliana, 1993
AA. VV., Nicola Badaloni Gino Piva e il socialismo padano veneto, a c. di G. Berti, Rovigo, Minelliana, 1997
AA. VV., Rovigo e il Polesine tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica 1797-1815, a c. di F. Agostini, Rovigo, Minelliana, 1999                                                                                       ANDREINI Elios, I mitici albòri del Polesine sabaudo, Rovigo, Minelliana, 1994
ANDREINI Elios, La Destra storica al governo del Polesine 1869-1877, Rovigo, Minelliana, 2000
BERENGO Marino, L’Europa delle città. Il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna, Torino, Einaudi, 1999
BOCCA Alfonso, Annali Adriesi 1506-1649, a c. di A. Lodo, Rovigo, Minelliana, 1985
BOCCHI Francesco Antonio, Della Sede Episcopale di Adria Veneta, Adria, Tip. Vianello, 1858
BOCCHI Francesco Antonio, Il Polesine di Rovigo, (rist. anast. dell’edizione 1861), Bologna, Atesa, 1974
BOCCHI Francesco Antonio, Lo Statuto di Adria nel Veneto, estr. da “Archivio Veneto”, 1875-78
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ZENNARI Jacopo, Adria e il suo territorio attraverso i secoli, Adria, Zanibelli, 1931
                                       




lunedì 8 dicembre 2014

SCOMPAGINARE



Pizzarotti


Forse bisognerà scompaginare il pensiero di noi tutti e dei più audaci e coraggiosi per ritrovare bagliori rigeneranti che ci facciano strada in questa difficoltosa navigazione globale.
Non ci aiutano per questo le antiche certezze acquattate negli angoli nascosti del nostro pensiero. Neppur le cronache dei quotidiani schierati con i loro commentatori prevedibili: foschi e tragici taluni, bizantini e squillanti i rimanenti.
Ci sono poche persone che raccontano storie inverosimili, di sogni realizzati, di tenerezze accoglienti dopo i nubifragi e le perdite e assenze dolorose.
Solo i poeti e i narratori accompagnano il variare dell’Essere. Nella sua interezza.
Scansare il pensiero che soffoca i desideri della ricerca, dell’inventiva, della scoperta e
imprigionarsi con la rabbia e la disperazione ci impedisce l’incontro con le mutazioni, desiderose d’esser guidate anche da noi.


In piazza Cavour Enea sostava pensieroso in queste uggiose settimane. Piovose. Pativa per la devastazione dei platani annunciata dal Bobo tuttofare. Sbiadito nelle sue apparizioni, come le luminarie natalizie intristite in questo scorcio dell’anno.
La sua Amministrazione boccheggiava, divisa soprattutto dopo l’ingloriosa fine del consigliere Coppola, spendacciona nella sua ultima campagna elettorale. Fuori dal Consiglio regionale, come aveva stabilito la sentenza della Corte dei conti.
Meditava sulle cose da fare, il sindaco casuale, mentre gioiose scintille si sprigionavano nel palazzo comunale e nelle pagine dei quotidiani locali. Il fuoco amico nella sua maggioranza aspettava una buona occasione per farsi sentire, per guadagnare qualche consenso lungo il Corso e tra i consueti mercatini presenti in città.
 Nel bar della Pina Enea sognava una ricomposizione a sinistra, anche nel territorio comunale e tifava per qualche personaggio cattolico minore, di cui non osava fare il nome. Le elezioni non erano poi tanto lontane. I reduci della sinistra plurivariegata gli procuravano i brividi, non tutti allo stesso modo.
Al Liberty caffè la gente, intanto, consumava le abituali ordinazioni, con bimbi chiassosi che facevano contorno e le vetrine luminose che si esibivano impettite per la gioia contenuta dei passanti.

-          Sei arrivato finalmente. Non cambi mai, sempre con il ritardo incollato. Lo si vede sulla fronte.
-          Smettila Chiara, zittisciti. Ho avuto un incidente: ho forato la gomma della bici di mia madre.
-          Che grave incidente, Matteo! Ti rendi conto di ciò che sta accadendo?
-          Cos’è successo, ne hanno cacciati ancora.
-          Non lo so e non mi interessa. Siamo in una situazione curiosa e mi sento a disagio solo a pensarci. Spero nel sindaco di Parma.
-          Pizzarotti? Ti affidi a lui?
-          C’è forse qualcun altro di normale?

Chiara pensava d’aver esagerato, evocando il sindaco di Parma. Ormai era cosa fatta e non poteva ritrattare.
Matteo non sapeva perché rincorreva stupidamente Chiara. Il suo pensiero, le sue improbabili convinzioni. E se avesse ragione?