“ Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve
come una spugna e si dilata… Ma la città non dice il
suo passato, lo contiene come le linee d’una mano…
… talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo
e sotto lo stesso nome… Alle volte anche i nomi degli abi-
tanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i
lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi
e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro
posto si sono annidati dèi estranei.”
( I. CALVINO, Le città
invisibili)
Una storia complessa come quella adriese,
nonostante la molteplicità di trattazioni ancora da
scrivere non soltanto nel suo
disegno generale ma anche in tanti passaggi importanti col necessario rigore e
la dovuta attendibilità documentaria, offre a uno sguardo d’insieme quale il
presente una serie di rilievi, di suggestioni, di riflessioni che ne possono
evidenziare i capitoli essenziali, gli eventi fondamentali, i processi più
evidenti: magari cedendo a qualche seducente individuazione di elementi o
tratti che si presumono specifici, in modo permanente o ricorrente, per dir
così largamente identitari. Insomma,
tali da permettere l’azzardo di riconoscere talune “costanti” che sembrano
caratterizzare, nei secoli e nelle vicende, certo spirito della città, dei suoi
cittadini, certe ragioni ed espressioni riaffioranti nella lunga durata di una
storia plurimillenaria.
Provando così a dar conto in
qualche modo di quel suo presumersi, e sentirsi, l’originaria matrice,
depositaria delle radici primitive, pure e autentiche, della civiltà sorgiva e
dunque della natura culturale e spirituale più profonda del territorio, dal centro
del Polesine fino al mare (dunque, pour
cause Adriatico). Non solo per la grandezza –relativa,
s’intende, a questa nostra regione- della sua storia nell’antichità, fra VI
secolo a.C. e II secolo d.C., ma anche per il ruolo e la centralità nella
presenza e diffusione del Cristianesimo: vale a dire le linfe culturali e
spirituali della civiltà da cui tutti proveniamo, e non solo sul piano
nazionale. Ma anche per quell’orgoglioso
senso di autonomia che deriva dalla tradizione in quanto si ripete e si alimenta
nella vivacità e nella passione di vita civile che anche nei periodi
successivi, in posizione per altro secondaria rispetto ad altri centri, ne ha
segnato momenti alti e significativi; basti il periodo del secondo Ottocento e del
primo Novecento, fra fiorente sviluppo economico, sociale, commerciale,
affermazione del movimento socialista, incremento demografico, espressioni
culturali e artistiche… Senso autonomistico d’altro canto corroborato dalla
ricorrente condizione, nei secoli, di città prossima a confini, alle
demarcazioni politiche e amministrative di diversi Stati e organismi
territoriali: fra Esarcato e Longobardi, fra Ferrara e poi Stato Pontificio e
Venezia, fra Veneto e Emilia. Singolarmente, e non paradossalmente, quindi,
legata e radicata nella sua presenza e nella sua vicenda.
La storia
grande di Adria, originariamente acquartierata in riva a un ramo del Po, che
forse ne motiva l’étimo legandolo all’acqua, nell’antichità evolve
particolarmente dal VI sec. a.C., quando mercanti greci progressivamente
sviluppano traffici e commerci insediandosi qui, fra i presenti “Veneti che
abitano nei pressi dell’Adriatico”. 1) La città diventa importante emporio, con
un porto fluviale collegato al mare; gli scambi smistano vasellame, olio, vino,
soprattutto dal mare verso l’interno, dal nord e centro Europa arriva l’ambra ab immemorabili e poi si trafficano
bestiame (galline, cavalli), prodotti della pesca, laterizi. Prima di Spina, e
poi con questa, Adria conosce la penetrazione etrusca, con l’avvio di opere
idrauliche rilevanti; e poi la presenza dei Siracusani, in cerca di sbocchi
sull’Adriatico; e dei Galli Boi. Finché
dal III secolo a.C. e almeno fino al II d.C. (è colonia nel 225 a.C., e successivamente municipium) i Romani la trasformano in
uno strategico centro sia per l’organizzazione e il controllo del territorio,
l’agro adriese, sia per lo sviluppo dei commerci e dei traffici: le vie Popillia e Annia (II sec. a.C.), importanti magistrature locali, il porto, la
costruzione di un teatro, di terme, di un anfiteatro, danno prova di una città
popolosa e fiorente, di grande importanza in un quadro territoriale,
all’intorno, largamente instabile e poco popolato.
Il cuore dell’urbs è situato a sud dell’attuale
abitato; della civitas, s’è
accennato, abbiamo qualche traccia in magistrature quali i duumviri e il Senato
cittadino, un Collegium Nautarum
legato alla marineria interna. La città ha qui la sua prima storia vera e
piena, gloriosa nelle fonti antiche che le riconoscono la funzione epònima per
l’Adriatico, e per ciò che il terreno ha rivelato fin dall’inizio dell’epoca
post-medievale e moderna, e che continua a rivelare, ancora, nelle attuali
indagini di scavo.
La decadenza dei
secoli successivi, che con fasi diversificate si inquadra negli sconvolgimenti
e nel progressivo crollo delle strutture amministrative e materiali del mondo
romano, e trova nei ricorrenti fenomeni alluvionali ulteriore fattore di
impoverimento e periodici spopolamenti, si estende fra II-III secolo d.C. e IX
secolo. Notizie alquanto sparute, talora di dubbia attendibilità, mostrano
comunque il persistere del porto fluviale, capace di accogliere un’intera
flotta ancora nel VII secolo, nonché di certe funzioni amministrative e
fiscali; documentano il ruolo di caposaldo importante al confine dell’Esarcato
(VI sec.), la presenza del Vescovo (il primo nome è Gallionisto) fin dal VII
secolo. Le stesse vie di comunicazione “abbandonano” la città, a favore di altri
percorsi endolagunari, ma non ne provocano l’abbandono nonostante l’inevitabile
immiserimento. (2)
Al IX secolo risale
la prima citazione di Rovigo (a dispetto delle suggestioni tradizionali, il
nome riconduce a un gotico Hrotheigs,
cioè “vittorioso”, (3) ma si ascrivono pure donazioni di beni importanti ed
estesi alla chiesa adriese. E poi, fra X e XII secolo, il ruolo religioso e
temporale, e militare, del vescovo adriese si misura con le limitrofe Loreo e
Cavarzere, e si scontra per la prima volta –soccombendo- col Ducato veneziano
(1017); si avvia l’istituzionalizzazione di un uso comunitario delle Valli (il vagantivo), si subiscono le conseguenze
di altre disastrose alluvioni quale, su tutte, la rotta di Ficarolo (1152?), al
dire di F.A. Bocchi causa della definitiva perdita dell’antico porto. (4)
Il
ridimensionamento del ruolo temporale del Vescovo, dopo altre contese coi
confinanti, si compie ai primi del XIII secolo; nel 1221 Azzo d’Este viene
investito tra l’altro di Rovigo e di Adria. E’ l’inizio dell’egemonia estense
che, tranne brevi momenti in cui è Venezia a imporsi (del 1309 è l’importante Pactum Adriae, preziosa testimonianza di
norme, regole, accordi della vita cittadine e dei rapporti col Ducato), si
prolungherà fino al 1511.
La città, pur con
stenti e contingenti sciagure, quali le conseguenze della rotta del Castagnaro
del 1438 e la breve conquista dei Veneziani nel 1482 che vi provoca stragi e
devastazioni, ha una sua struttura e vita civile e amministrativa abbastanza
articolata, come attestano gli Statuti del 1442, la celebrazione del Sinodo del
1447, l’istituzione della Parrocchia della Tomba, la presenza di notai e
perfino di due maestri di grammatica. A fatica, insomma, ma con tenacia alcune
famiglie, e una popolazione soprattutto di pescatori, cannaroli, piccoli
artigiani, barcaioli, mantengono viva una città che non vuole rinunciare ai
suoi segni e fattori di vita e di dignità insieme.
Il dominio della
Serenissima, ininterrottamente per quasi tre secoli (1511-1797) si mantiene su
una città che va ripristinando prima, e sviluppando poi, funzioni, istituzioni,
attività. I Rettori che la
Dominante invia, a partire da Angelo Tron nel 1518, col
mandato di osservare i Capitoli di
governo della promissione dogale,
definiti anche in base agli Statuti cittadini, esercitano un potere e un
controllo generale, amministrano quotidianamente la giustizia, avviano
riorganizzazioni e ristrutturazioni –a cominciare dal luogo simbolo del Palazzo
Pretorio, di fronte all’insegna marchesca piantata sulla piazza-, vigilano
sulle magistrature nominate dal Consiglio generale dei cittadini e assicurano
l’ordine pubblico e la difesa. (5) Adria conserva un ruolo importante seppur
limitato, centro urbano di circa 2000 abitanti verso l’epoca del Taglio di
Porto Viro (1600-1604), città di confine non solo per la vicinanza, alle
Còrbole, del territorio degli Estensi fino alla devoluzione del 1598 e poi dei
Pontifìci; ma anche per le zone, le terre, le alluvioni, le marine deltizie che si espandono, mutando
incessantemente, verso il mare. E’ un ruolo oggettivamente secondario, nel
quadro dello Stato e della Terraferma, ma abbastanza delicato per la prossimità
a luoghi di tanti passaggi: di Stato, di merci, di uomini.
Le memorie
cittadine, largamente consultabili nel prezioso Archivio locale, restituiscono
segni e tracce di pochi eventi rilevanti: il Taglio; l’introduzione del mais
(1603); l’affiancamento del Camerlengo al Podestà (1628); la peste del 1630-31;
alcuni effetti della guerra di Castro, 1633-34; (6) fino al rinnovo del
Consiglio del 1757, che definisce il catalogo delle principali famiglie, e i
rigorosi requisiti per la cittadinanza: estremo esempio, in chiave adriese,
delle diffuse “chiusure” dei Consigli in tante città di Terraferma.
Anche qui il
patriziato veneziano persegue forme di insediamento e di acquisizione di beni
rurali e terreni che col tempo da scelta economica “si fa esplicita scelta di
governo”, (7) a cominciare dai Grimani che nel 1524 ottengono la gestione delle
Valli fra Adria e Cavarzere, e che sarà il “cuore” della plurisecolare
questione del vagantivo fino all’
‘800. (8) La vita economica è basata sull’agricoltura, sulla pesca, sui
commerci e sui traffici che ancora largamente si svolgono sui canali in
collegamento col Po e col delta, con le lagune veneziane. Il Fondaco dei grani esercita una funzione
anche sociale, pur con gestioni talora disinvolte o improprie; il mercato del
sabato è il momento economico e commerciale di riferimento per tutto il
territorio circostante. Anche Adria
risente dei benefici effetti del Taglio del Po; e anche questa parte del
Polesine, nonostante ricorrenti alluvioni, conosce progressivamente una più
efficace e sicura gestione grazie ai numerosi Consorzi (le Prese veneziane) che ne regolano le acque di bonifica e di
scolo. La città cresce, dai primi del
‘600 a fine ‘700, raggiungendo gli oltre 6000 abitanti.
Gli oggetti di
antichità che il terreno restituisce, numerosi fin dal ‘500 e via via sempre
più consapevolmente trattati –ma anche asportati, soprattutto in direzione di
Venezia- inducono fra ‘600 e ‘700 a rievocare e ricostruire, talora con
suggestive o fantasiose ipotesi, la grandezza antica della città, quella delle
terme dichiarate dal toponimo “Fontana”, o quella del teatro riportato alla
luce nel 1661 alla Tomba. La rievocazione diventa poco a poco rivendicazione, e
si accompagna alla parallela, orgogliosa difesa dei propri indiscutibili,
irrinunciabili “diritti” di Sede vescovile, che periodicamente ambienti
rodigini, in forza della residenza dei Vescovi, tendono a svilire o negare.
Alla metà del ‘700 si è ormai affermata l’idea della
raccolta, dello studio, della conservazione di tutti i documenti e oggetti,
delle carte e dei reperti antichi che dimostrino e confermino insieme l’antichità,
il prestigio, la nobiltà culturale e spirituale della città. (9)
Con l’irruzione
napoleonica del 1797, fino al 1813 (col breve intermezzo della prima
dominazione austriaca fra 1799 e 1801), la città conosce, come tante, mutamenti
anche sconvolgenti in quasi tutti gli ambiti: i ripetuti assestamenti
amministrativi; nuovi protagonismi sociali ( un Ravenna “ebreo” nella
Municipalità); laicizzazione della vita pubblica, con la sconsacrazione di
edifici religiosi e la spoliazione di beni; riorganizzazione territoriale e
fiscale, con gli aggravi durissimi finalizzati alle ingenti spese militari.
Preceduti da interventi importanti del passato regime quali la sistemazione
delle strade nel 1785 e l’avvio della illuminazione pubblica coi “ferali” nel 1797,
alcune significative scelte mostrano aspetti nuovi della città: l’acquisizione
del palazzo destinato alla nuova Municipalità, il primo teatro vero e proprio
nell’ex chiesetta di S. Stefano, la sistemazione di un palazzo privato a
Pretura. Nella vita politico-sociale si registra una sostituzione del ceto
dominante sensibile ma non radicale; un’indiretta, singolare testimonianza di
un corpo sociale e civile piuttosto stabile, pur nei contrasti violenti che
alimentano l’insorgenza di quegli
anni, è data dall’episodio del 1809
in cui appunto gli “insorgenti” che piombano su Adria
provocano sì alcuni danni e grandissimo allarme, ma vengono respinti con la
forza dai maggiorenti della città col concorso di altri più modesti borghesi,
lasciando sul terreno due morti. (10)
Sembra che la città
riesca ad assimilare, pur con evidenti difficoltà, le novità “rivoluzionarie”
ma nel contempo conservi elementi di fondo –vedi le grandi proprietà, le
famiglie eminenti, il ruolo della chiesa- di una certa stabilità, continuità.
Viene da esemplificare l’idea con la figura del ricchissimo Carlo Bocchi,
sposato con una nobildonna veneziana, figura già di rilievo con la Serenissima, Pretore
con i Francesi, Deputato nella Congregazione del Lombardo-Veneto austriaco...
(11)
Vi si è già
accennato sopra: nel susseguirsi dei diversi regimi politici fra ‘700 e ‘800
Adria ridefinisce e riafferma, per così dire, le sue basi antiche, le radici
profonde non solo sue, ma della lingua di territorio che giace fra l’Adige e il
Po. C’è una serie di figure , di scritti, di indagini anche archeologiche, che
danno vita a un processo complessivo che possiamo inscrivere fra la data
convenzionale della collezione dei Bocchi con museo e archivio (1770) e
l’istituzione, col lascito di Carlo Bocchi, del Ginnasio vescovile finalizzato
alla creazione del Seminario diocesano (1841). Ancora, l’antichità da un alto e
la centralità religiosa dall’altro come orgoglioso nutrimento della natura e
dell’importanza della città, della sua identità e della sua unicità.
Formata nel 1815 la Provincia di Rovigo
(qualcuno come Carlo Bocchi avrebbe preferito l’aggregazione a quella di
Venezia, come Ariano e Loreo, “rodigine” solo dal 1851), Adria viene dotata nel
1819 di Congregazione Municipale, con Podestà e quattro Assessori. Nel periodo di dominazione austriaca, fino
agli anni ’60, la città cresce notevolmente, e migliora in vari aspetti, tra
cui le strade e le abitazioni, si chiudono le stagnanti Fosse che attraversano
il centro abitato, si costruiscono il nuovo Ospedale, la Casa di Ricovero, il
Ginnasio, si rinnova il Teatro Orfeo, rinasce una tipografia cittadina. Alla
metà del secolo gli abitanti superano gli 11.000. L’agricoltura conosce esperienze innovative
(macchine a vapore), i commerci restano assai attivi e si sviluppano lungo i
canali, sulle riviere e sulle banchine, risistemate anch’esse; il mercato
settimanale e la Fiera
di settembre sono i momenti forti, evidenti, del ruolo della città nel
Territorio: si commerciano i prodotti agricoli, in particolare il grano,
notevoli sono la lavorazione e lo smercio della canna, così come il traffico
delle merci tramite le imbarcazioni che collegano il Canalbianco dal cuore
della città ad altri corsi d’acqua, ai fiumi, godendo anche della navigazione
sviluppata fra Trieste, Venezia e l’interno della Pianura padana. (12)
La proprietà
fondiaria rimane per altro tradizionalmente appannaggio delle solite famiglie,
alcuni patrizi veneziani (che continuano a detenere un terzo del totale, alla
metà del secolo), e altri, poco numerosi possidenti locali. Significativo pare
poi che le novità delle idrovore citate siano introdotte da una famiglia
(Salvagnini) di ricchezze recenti e di recente insediamento. Permane il
problema allora definito del “pauperismo”, che trova nella questione del vagantivo la sua espressione più
appariscente, e spiega il problema dei furti campestri, di natura sociale ben
più che di ordine pubblico; vi è strettamente connesso l’altro aspetto: il
problema del bracciantato spesso inattivo per lunghi periodi dell’anno. Sono
problematiche che prolungano in tempi lunghissimi le secolari difficoltà, le
oppressioni, i disagi delle plebi adriesi, dei “cannaroli”, da sempre in lotta
con proprietari e usurpatori, col prosciugamento delle valli provocato dalle
bonifiche, e con padroni tutt’altro che umanitari. La nobiltà locale
(Giulianati, Casellati, Mecenati, Bocchi, Tretti, De Lardi…) con qualche
eccezione collabora con gli Austriaci e si stringe nel rivendicare la
prerogativa vescovile; ora per altro si affermano altre famiglie, Salvagnini,
Pegolini, Lupati, Oriani, gli ebrei Ravenna. (13) La vita civile e politica, non priva di
contrasti, si manifesta piuttosto vivace, in simile quadro: qualche adriese
partecipa o è in collegamento con le prime “vendite” carbonare, vari altri –tra
cui Angelo Scarsellini e Pietro Pegolini, e poi Alfonso Turri- sono
protagonisti delle azioni e delle cospirazioni che culminano nell’insurrezione
del febbraio ’48 a Padova, dove resta nobile memoria dell’impulsivo protagonismo
di Bortolo Lupati.Alcuni, tra cui Gaetano Zen e Domenico Sampieri, partecipano
alla spedizione dei Mille, ben 150 adriesi risultano volontari nel 1866, l’anno
dell’annessione al Regno d’Italia: a fine giugno le truppe del gen. Franzini
entrano in città; di lì a poco il plebiscito dà oltre 5000 “sì” e un solo “no”.
(14)
Fin dalle prime
elezioni, 1867, e nei decenni successivi, la vita civile e politica cittadina
si mostra vivace, ricca di schieramenti e di personaggi. Ai mazziniani
(Pegolini), alle tendenze più conservatrici, a quelle monarchico-liberali
(Turri, Salvagnini), si aggiungono i sostenitori garibaldini, che manifestano
apertamente tendenze repubblicane, mentre i liberali si distinguono fra quelli
più conservatori (e socialmente reazionari) e quelli costituzionali
progressisti: questi ultimi trovano voce nel 1870 nel Cieco d’Adria, e i democratici repubblicani danno vita a La
Sveglia.
Anche qui per
qualche decennio è il notabilato agrario a esprimere i parlamentari; per un
decennio viene eletto R. Bonfadini, lombardo, segretario del Ministero della
Pubblica Istruzione, e dopo un breve intervallo del democratico Cesare Parenzo,
massone, nel 1880 subentra Angelo Papadopoli, rudiniano, grande
proprietario. Ma fin dagli anni ’70 ad
Adria esiste un nucleo, il più importante della Provincia, di propaganda
socialista animato da Francesco Ortore, uno degli organizzatori delle proteste
contro l’abolizione del vagantivo.
(15)
Congiuntura agraria
e stasi delle bonifiche aggravano l’impoverimento del ceto bracciantile, e
cresce la diffusione del verbo socialista con l’attivismo dei suoi
organizzatori. Fra aprile e maggio del 1884, da Mazzorno a Pezzoli, scoppiano
disordini e vengono proclamati scioperi per rivendicare aumenti e migliori
condizioni dei braccianti: sono le prime scintille e le prime azioni di lotta
de La boje, il vasto movimento che di
lì a poche settimane incendierà larga parte della Pianura padana. (16)
Adria, se non vera e propria “culla del socialismo veneto”
(così la definisce il contemporaneo padovano Carlo Monticelli), è senz’altro il
centro più attivo, intraprendente, di presenza e irraggiamento fino ai primi
del ‘900: qui nascono i giornali La Concordia
(1891), prima democratico poi socialista, e La Lotta
(1899); al Congresso di Genova del 1892, unica del Polesine, partecipa la Società Operaia
Adriese. Nel movimento socialista confluiscono due filoni, quello di tendenza
anarchica e quello di tendenza democratico-radicale, rappresentato tra gli
altri da Nicola Badaloni e da Dante Coletti, fondatore de La
Lotta. E il filone anarchico-sindacalista animerà la
prima Camera del Lavoro autonoma, nel 1907, e il coevo periodico Lotta di classe. (17)
Insomma la città
rivela nel contesto provinciale un protagonismo –e un antagonismo- assolutamente
eminenti e autonomi. Non più soltanto i tradizionali elementi del suo storico
prestigio (la nobiltà della sua antichità, la funzione ab origine di Centro della Diocesi), ma anche la sua vivacissima e
varia vita politico-civile, sociale, economica, la supremazia demografica sulla
stessa Rovigo capoluogo: anche, ora, il nuovo protagonismo delle classi
popolari e piccolo borghesi, che si riconoscono nei messaggi politici
repubblicani, democratici e soprattutto socialisti.
E’ un protagonismo
che la connota fin verso la metà del XX secolo, anche quando Rovigo avrà
affermato la sua supremazia per abitanti, funzioni, risorse con sempre maggiore
evidenza e vitalità culturale.
La città non solo
reagisce visceralmente nelle sue componenti cattoliche al tentativo di
spostamento degli uffici del Vescovado, provocando nel 1909 la punizione
dell’ultimo “Interdetto” della Chiesa. (18)
Ma mostra forza reattiva, magari confusamente, in più circostanze,
socialmente rivelatrici e politicamente assai significative: scioperi negli
anni 1910 e 1911, manifestazioni diverse fra 1915 e 1917 contro la guerra e lo
Stato, protagoniste ribelli in alcuni casi le donne. La vittoria generale del
Partito Socialista nel 1920
in tutti i 63 Comuni polesani, è seguita dalle violenze
che il nascente fascismo, sostenuto dagli agrari, esercita un po’ dappertutto;
Adria diventa, per le sue caratteristiche, centro cruciale, con acutissime
tensioni, fino ad alcuni delitti in città, a Mazzorno, a Bottrighe, e fino ai
gravi fatti del 1925, vittime da un lato un fascista di Ariano e i fratelli
Chiaratti dall’altro.
Assicuratosi il
potere, il fascismo impone il pugno di ferro sulle voci contrarie o dissidenti:
anarchici, repubblicani, cattolici oltre a socialisti e comunisti. Ancora nel
1931, nonostante la repressione, ci sono manifestazioni di ribellione popolare,
seguite dal confino inflitto ai principali protagonisti, fra cui circolano idee
anarchiche e comuniste. (19)
Per altro anche in
questi decenni la città è centro vivo, di riferimento per tutto il Basso
Polesine: commercio, banche, strutture pubbliche, scuole, mercati, teatro
coagulano le attività e gli interessi più vari di tutto quel territorio.
E ad Adria, dopo gli eventi del 1943, si costituiscono i
nuclei più numerosi della Resistenza polesana, nelle componenti
laico-repubblicana, socialista e comunista, cattolica. Ancora una volta la
città svolge un ruolo assolutamente eminente, esprime un protagonismo autonomo,
acceso, nel contesto del territorio, manifestando ricchezza di tendenze, idee,
correnti politiche che animano la lotta al fascismo sia nella versione laica
più moderata sia in quella armata, in cui la prospettiva rivoluzionaria si
intreccia anche con violenze inaccettabili. (20)
Il dopoguerra della
Repubblica democratica è ovviamente anche qui fervido, teso e contrastato
politicamente, fino al catastrofico
evento dell’alluvione che nel 1951 devasta anche Adria, abbattendosi sui suoi
34.000 abitanti. Negli anni a seguire
l’esodo di migliaia di persone è l’epifenomeno appariscente di trasformazioni
economico-sociali, di gravi disagi evidenziati tra l’altro dalle lotte
bracciantili fino alla metà degli anni ’50.
Nuovi assetti e diversi sviluppi, anche negli impieghi di capitali, processi
di industrializzazione accelerata, inducono migliaia di adriesi, in un
quindicennio, all’emigrazione verso la Lombardia e il Piemonte.
La storica
consapevolezza di prestigio della città, rivendicata sempre con passione ma
coltivata con alterna lucidità, non viene meno. Adria registra una popolanità
politicamente antagonista e ostile ai tradizionali poteri economici e politici
ma insieme partecipe, solidale nell’orgoglio per gli istituti, le memorie, le
espressioni sociali cittadine (su tutte, quelle a carattere musicale). Si prolunga la tipica vivacità politica: va
rilevato che qui si realizza il primo esperimento nazionale di centrosinistra,
alla svolta degli anni ’50-’60; ma l’autonomia diventa progressivamente sempre
più faticosa, nei decenni più recenti quasi asfittica. Le evoluzioni e i processi in campo
amministrativo, economico, sociale tendenti da un lato a rafforzare e
consolidare il Capoluogo, dall’altro a favorire i centri dislocati lungo la Romea, insediamenti
produttivi e industriali dettati da scelte di livello ben superiore, di fatto
al di fuori del controllo decisionale locale (e provinciale, spesso), hanno
finito col condizionare fondamentalmente il ruolo della città in questo ultimi
decenni. La stessa trasformazione in Diocesi di Adria-Rovigo del 1986 viene
subìta, non soltanto dai cattolici dichiarati, come un ulteriore colpo alla
tradizione e alla identità tout court
della Città.
Oggi e domani Adria
può e deve –si pensa- conservare la sua prestigiosa funzione integrandosi, da
centro urbanisticamente strutturato in forma significativa e attraente, da
luogo di servizi qualificati e complessi, da città culturalmente e storicamente
di riferimento, da “Porta” d’ingresso alle terre e alle acque del Parco
regionale del Delta, con il contesto che nel Polesine orientale del Delta,
appunto, ospita la coabitazione di realtà naturali e ambientali di assoluto
pregio e insediamenti diversi, di consistenza e potenzialità autonome, con
aspetti produttivi importanti e di portata anche radicalmente problematica.
Adria ha la sua storia,
che è la storia di riferimento di tutto il territorio bassopolesano
dall’antichità fino al XVIII-XIX secolo. Oggi la “sua” storia è parte di un
territorio che si va delineando in forme, modi, processi nuovi, che investono
confini territoriali e assetti ambientali, strutture materiali e modalità
nuovissime delle comunicazioni, rapporti economici e sociali; oltre che
tendenze e costumi, stili di vita collettivi e privati molto lontani da quelli
soltanto di qualche decennio fa. Non è
tempo di inseguire anacronismi di passate fortune o supremazie, e non è tempo
di rimpiangerne sterilmente la perdita. Quel senso congenito, quasi
arcaicamente sanguigno di appartenenza orgogliosa, può nobilitarsi, negli
Adriesi, fino a quella autocoscienza di cittadini che rende tale una città,
secondo illustri storici; (21) ma può
sminuirsi, come altre volte è capitato e sempre si rischia, in provincialismo
tanto spocchioso quanto inane. E’ tempo di rintracciare e individuare, di coltivare
e di rinforzare gli aspetti e le ragioni del proprio “essere città” nel nuovo
quadro appena accennato. Per Adria, l’antica, valgono le parole riservate alla
calviniana Zenobia delle Città invisibili:
“ è inutile stabilire se sia da classificare tra le città felici o tra quelle
infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in
altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la
loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la
città o ne sono cancellati”. (22)
NOTE
(1)
DE VIT, I,
1888, p. 113, riporta le parole di Teopompo in nota.
(2)
CASAZZA, 2003,
pp. 93 ss.
(3)
DEVOTO, 1974,
p. 221.
(4)
F.A. BOCCHI,
1974, p. 59.
(5)
F.A. BOCCHI,
1974, pp. 68-69.
(6)
BOCCA, 1985, passim.
(7)
BERENGO, 1999,
p. 156.
(8)
F.A. BOCCHI, 1888, passim.
(9)
F.A. BOCCHI,
1858, Introduzione; F.A. BOCCHI,1879, pp. 1-17.
(10) F.A. BOCCHI, 1974, pp. 78 ss.
(11) LODO, 1992, pp. 13-22.
(12) F.A. BOCCHI, 1974, pp. 82-85; ANDREINI, 1994, pp. 41-43.
(13) ANDREINI, 1994, pp. 66-71.
(14) ZENNARI, 1931, pp. 287-305; ANDREINI, 1994, pp. 74-98.
(15) ANDREINI, 2000, p. 379 e passim; LANARO, 1984, pp.
428-29; FRANZINA, 1984, p.
730.
(16) FRANZINA, 1984, pp. 754 ss.
(17) ZAGHI, 1991, passim.
(18) RONDINA, 2007, passim.
(19) SPARAPAN, 1986, pp. 15 ss.
(20) SPARAPAN, 1986, passim.
(21) BERENGO, 1999, p. XIII.
(22) CALVINO, 2001, p. 384.
BIBLIOGRAFIA SOMMARIA DI RIFERIMENTO
AA. VV., Diocesi di
Adria-Rovigo, a c. di G. Romanato, Padova, Gregoriana, 1991
AA. VV., Francesco
Antonio Bocchi e il suo tempo, a c. di A. Lodo, Rovigo, Minelliana, 1993
AA. VV., Nicola
Badaloni Gino Piva e il socialismo padano veneto, a c. di G. Berti, Rovigo,
Minelliana, 1997
AA. VV., Rovigo e il
Polesine tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica 1797-1815, a c. di F. Agostini, Rovigo, Minelliana, 1999
ANDREINI Elios, I mitici albòri del Polesine sabaudo, Rovigo,
Minelliana, 1994
ANDREINI Elios, La Destra storica al governo del Polesine 1869-1877,
Rovigo, Minelliana, 2000
BERENGO Marino, L’Europa
delle città. Il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna,
Torino, Einaudi, 1999
BOCCA Alfonso, Annali
Adriesi 1506-1649, a c. di A. Lodo, Rovigo, Minelliana, 1985
BOCCHI Francesco Antonio, Della Sede Episcopale di Adria Veneta, Adria, Tip. Vianello, 1858
BOCCHI Francesco Antonio, Il Polesine di Rovigo, (rist. anast. dell’edizione 1861), Bologna,
Atesa, 1974
BOCCHI Francesco Antonio, Lo Statuto di Adria nel Veneto, estr. da “Archivio Veneto”, 1875-78
BOCCHI Francesco Antonio, Trattato Geografico-Economico comparativo per servire alla storia
dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo, Adria, Tip. Guarnieri, 1879
BOCCHI Francesco Antonio, Degli antichi possessi immobiliari spettanti al Comune e Università di
Adria considerati come origine del diritto sul vagantivo, Adria, Tip.
Guarnieri, 1888
CALVINO Italo, Romanzi
e Racconti, II, Milano, Mondatori, 2001 CASAZZA
Lorenzo, Il territorio di Adria tra VI e
X secolo, Padova, Cleup, 2001
CASAZZA Lorenzo, Vie di terra e di
acqua nel Polesine altomedievale: continuità e trasformazioni, in D. GALLO-F.
ROSSETTO, Per terre e per acque. Vie di
comunicazione nel Veneto dal Medioevo alla prima età moderna, Monselice,
Poligrafo 2003, pp. 93-110.
COZZI G.- KNAPTON M.- SCARABELLO G., La
Repubblica di
Venezia nell’età moderna. Dal 1517 alla fine della Repubblica, Torino,
UTET, 1992
DALLEMULLE Umberto, Topografia
e urbanistica dell’antica Adria, in “Aquileia Nostra”, XLVIII, 1977, coll.
91-93
DE MIN Maurizia, Adria,
in Il Veneto in età romana. II. Note di
urbanistica e di archeologia del territorio, a c. di G. Cavalieri Manasse,
Verona 1987, pp. 255-268.
DE VIT Vincenzo, Adria
e le sue antiche epigrafi, 2 voll., Firenze, Cellini, 1888
DEVOTO Giacomo, Il
linguaggio d’Italia, Milano, Rizzoli, 1974
FERRETTI Giampiero, Memorabilia
dell’Episcopato d’Adria (1536-39), a c. di P. e G. Braggion, Conselve 1985
FOGOLARI G.- SCARFI’ B.M., Adria antica, Venezia, Alfieri, 1970
FRANZINA Emilio, Operai,
braccianti e socialisti nel Veneto bianco, in AA. VV., Il Veneto, a c. di S. Lanaro, Torino, Einaudi, 1984
IUS MUNICIPALE ADRIAE,
Venezia, Valvasense, 1707
LANARO Silvio, Una
regione in patria, in AA. VV., Il
Veneto, a c. di S. Lanaro, Torino, Einaudi, 1984
LODO Antonio, Carlo
Bocchi. Cronologia e appunti biografici, in Fondazione Scolastica C.
Bocchi, 240 Anniversario dalla nascita di
C. Bocchi, Adria 1992, pp. 13-22.
MERIGGI Marco, Il
Regno Lombardo-Veneto, Torino, UTET, 1987
RONDINA Aldo, L’ultimo
Interdetto, Adria, Apogeo, 2007
SPARAPAN Gianni, Adria
partigiana, Rovigo, Minelliana, 1986
ZAGHI Valentino, Ideologia,
cultura e anticlericalismo agli esordi del socialismo in Polesine, in Chiesa e società nel Polesine di fine
Ottocento. Giacomo Sichirollo (1839-1911), a c. di G. Romanato, Rovigo,
Minelliana, 1991
ZENNARI Jacopo, Adria
e il suo territorio attraverso i secoli, Adria, Zanibelli, 1931
Nessun commento:
Posta un commento