L’Italia “ha piuttosto usanze e abitudini che
costumi..tutti
sanno con Orazio
che le leggi senza i costumi non bastano,
e d’altra parte che i costumi dipendono e sono
determinati
e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni.”
( G. LEOPARDI, DISCORSO SOPRA LO STATO PRESENTE DEI
COSTUMI DEGL’ITALIANI -1824 )
Per amore delle parole che si
abbracciano con la carta accogliente, impregnandola d’inchiostro odoroso e di
profumi dell’aria, Tullio aveva ripreso a scrivere per affetto all’inizio
dell’anno. Per Berenice.
Non sapeva ancora dei travagli
quirinalizi; si trovava impacciato nella sua narrazione: ignorava quali pensieri
ed emozioni condividere con l’amica; cosa chiederle in questa stagione complicata
per le genti europee.
A Bottrighe Bergo e i suoi amici di
lista contavano i loro voti futuri col pallottoliere, assaporando già il voto
elettorale del prossimo anno. Al dopo Bobo, per intenderci.
Dopo l’infatuazione con la Destra amalgamata e
maligna, il pendolo dell’alleanza possibile sembrava ora spostarsi al
Centro-Sinistra, se così lo si può ancora definire.
Nel salotto gli amici pensanti
riflettevano sul programma da assemblare per renderlo accattivante e gagliardo:
aspettavano, tuttavia, che si facesse vivo qualcuno per aiutarli nell’impresa
ingarbugliata. Nel frattempo inviavano messi a Ca’ Emo per sondare alleanze e
possibili intese con candidati del luogo.
Pure nella città la lista civica
del dottore Lucianò, striminzita per costituzione, ragionava su come schierarsi
nell’elezione futura: stare con Mainardi, consigliere regionale ridicolizzato per
le sue innumerevoli assenze nel Consiglio Regionale, oppure schierarsi
dall’altra parte con il segretario del Pd, intramontabile ispiratore e ingombrante
stratega di possibili sconfitte.
Dubbi atroci s’affacciavano qua e
là per Tescaroli e amici, immersi nel ragionare e nell’indagare su possibili
vantaggi per il bene in-comune.
Necessita allora ripassare e aggiornare
i dossier; si chiedevano in silenzio, elencare le vuote caselle da riempire,
quando arriverà il tempo di ricoprire gli incarichi di governo, dopo il voto – ci
si augura – vincente. Pronti a lucrare per necessità poiché possono determinare
la vittoria di uno dei due schieramenti maggiori: quello democratico renziano e
l’altro leghista-berlusconiano. Con addendi da entrambe le parti. Che si
aggiungono sempre. Per inerzia interessata.
I frammenti a sinistra, radunati
in qualche luogo, s’interrogavano sul loro immediato futuro: qualcuno dubitava perfino
del loro destino. Più baldanzosi si esibivano i 5 stelle, protetti dagli astri,
amici, come si sa, dei naviganti.
Lontano dalle nebbie padane, nella
capitale di papa Francesco e del sindaco Marino, ci si esercita in dubbi e
acrobazie: i berlusconiani, sfiniti nel sostenere il paradosso di alleati e
oppositori di governo per le riforme costituzionali, e le minoranze democratiche
in opposizione fraterna al loro stesso partito.
Nel Pci del centralismo
democratico dissentire e votare contro una deliberazione presa a
maggioranza era delittuoso; ora, invece, la sinistra Pd si rallegra nell’impallinare
il proprio segretario senza pagare dazio. Soprattutto colpire il governo in compagnia dei variopinti democristiani, disseminati un po’
dappertutto. E’ un diletto tardivo il loro, benefico per gli animi; deleterio
per la governabilità del Paese, sostiene il ministro Boschi.
Instancabili ricostruttori si
ritrovano saltuariamente in ogni luogo per ricercare nuove vie, depurate
dalle scorie corruttive e devastanti, che s’insinuano nelle fragili menti di tanti
uomini senza valore.
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