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lunedì 3 novembre 2014

Lo slogan e la diversità




Chiara

Lo slogan, termine aberrante usato per impressionare e convincere, si è ormai quasi impadronito di noi, del mondo nel quale viviamo.
Questa “espressività mostruosa,” sosteneva P.P. Pasolini sul Corriere della Sera nel 1973, diviene subito uno stereotipo rigido, opposto alle infinite e mutevoli interpretazioni che l’espressività sa offrire.
Oggi ne siamo tutti impregnati e viviamo l’abuso delle parole e tutto sembra nuovo e vecchio insieme, se osserviamo i bagliori ingannevoli della politica praticata nei media. Soffochiamo nelle parole disseminate e vaporose che infastidiscono gli animi preoccupati del momento e del vicino domani.
Ci si rassegna, tuttavia, con il linguaggio del bicchiere mezzo pieno, oppure si sprofonda nello sconforto che consola, quasi fosse un destino già segnato.
Discutiamo su canovacci che la stampa ci propina nei bar e nelle piazze, nei luoghi del lavoro invocato, nelle strettoie del pensiero affumicato. E le TV striminzite, esangui, fanno altrettanto, invitando politici teatranti a recitare la parte che spesso hanno scelto per mera convenienza. Così appassiscono, per ora, le buone intenzioni.
Un moto inerziale, cosmico, prosegue indisturbato, indifferente. Qualcuno cerca di guidarlo, assecondarlo, di comprenderne i movimenti, le potenzialità e i rischi.
Questo sta avvenendo ora.

Chiara si divertiva a stuzzicare Enea con domande curiose e sottili provocazioni; la sua freschezza giovanile la spingeva ad essere perfino sfacciata e ciò inquietava coloro che le stavano vicino. Non certo Enea impregnato dai sapori aspri del secolo passato.

-         Non mi convince la vostra diversità comunista, tanto sbandierata, quasi fosse una vostra prerogativa. Vi siete trasformati, imborghesiti, cercando il potere e il denaro. Non c’è più quello spirito che animava la classe operaia del passato, del dopoguerra: lo sosteneva mio nonno partigiano. E non credo poi che sia mai esistita questa “diversità”. Forza, rispondi, argomenta se hai la forza.
Ti vedo assorto, silenzioso: non ne sei capace perché sei intrappolato dalla storia. Prigioniero, caro mio.

Enea pensava ai vicoli stretti della città, ai giochi nelle piazze e nei cortili, ai comizi politici e alla Celere lungo il Corso su camionette pericolose; agli strilli, ai richiami delle madri impaurite. Lo sciopero richiamava una storia lontana, quando la solidarietà era materia corposa, tangibile che avvolgeva le esistenze della classe operaia. Proteggendola.
Ricordava a Chiara un episodio lontano: la storia di un consigliere comunale del Pci costretto alle dimissioni per le preferenze raccolte per sé, ignorando le indicazioni del suo partito. Che predicava l’essere altro: determinato nel praticare una visione alternativa della politica, come ebbe a dire il segretario Berglinguer.
Gli smottamenti, tuttavia, erano da tempo iniziati e la nobile sovrastruttura politica della diversità stava cedendo, lasciando spazio alle innumerevoli forme corruttive: il voto di scambio, tanto per citare l’esempio più noto.
In realtà i dirigenti di quel partito, evocando una purezza diamantina, un’etica nella politica, cercavano di tenere lontano il mondo reale, intriso di pulsioni diverse, spesso peccaminose che coabitavano nell’animo di ogni uomo, qualunque fosse il suo orientamento, la sua concezione del mondo.
Forse non ne erano pienamente consapevoli in quel momento.

Dal vicolo Forni s’intravvedeva Arduino arrivare e Chiara, silente, guardava il suo cellulare agitarsi con suoni e luci improvvise.
           
            - E’ Matteo che mi chiama. Scusa, devo andare. A presto.