La storia degli uomini c’insegna che non è mai esistito un
pensiero uguale per tutti, nemmeno nelle dittature più ferree, le quali
tramontavano alla morte del loro duce, del loro capo indiscusso. Pure in quelle
drammatiche situazioni le parole che argomentano, che si complimentano fra
loro, esplodevano, si facevano strada con difficoltà, come un fiume che cerca
ostinatamente il suo mare.
I giacobini francesi furono travolti, dopo la sanguinosa
presa del potere, nella loro falsa euforia libertaria; così i bolscevichi di
Lenin si misurarono al loro interno, per un tempo breve, nelle diversità e
pluralità del partito unico, finché Stalin lo permise. Poi fu il terrore.
Nel dopoguerra vicino diverse e provvisorie tirannie furono
travolte nel mondo, chi prima chi dopo, da vocaboli indisciplinati, tra di loro
innamorati, esuberanti nella ritrovata libertà.
Oggi il Grillo cittadino pretende d’ingabbiare i suoi
parlamentari, comprimendo le difformità innumerevoli che soggiornano con noi, i
dubbi che serpeggiano nelle loro fila e le aspettative che attendono fiduciose.
Egli vuole affermare una nuova ideologia: quella della rete
informatica e globale. Un nuovo fratello sconosciuto che intende sopprimere le
singole individualità in attesa della fine di tutti i partiti e delle
rappresentanze fin qui conosciute. Propugna un mondo diverso, una teologia che
sappia interpretare le necessità dei cittadini, guidata da una teocrazia
impresentabile che non deve rendere conto a nessuno.
Non c’è nulla che non sia già avvenuto in altre forme e in
altri luoghi. Che ancora sussiste in questo pianeta della bianca galassia.
La settimana del Presidente che verrà si prepara con
l’emozione per l’evento programmato da tempo, mentre nei media invasivi le
parole dei così detti opinionisti svaporano quasi subito una volta pronunciati.
Durano solo qualche attimo: il tempo di salire qualche metro sopra le teste
pensanti, usurate da un lavoro ingrato e sovente ben remunerato.
Non s’avvedono costoro che siamo entrati da tempo in una
storia diversa, nuova e perfino ignota che segna la fine della rappresentanza
partitica, così come l’abbiamo appresa.
L’alone montiano, protettivo per alcuni mesi, ci ha mostrato
la sua inconsistenza nella durata e nelle promesse non mantenute.
Ora ci aspetta un duro e paziente lavoro di risanamento, di
ricostruzione in un tempo a noi sconosciuto.
Nell’abitazione acquistata da poco egli si stupiva delle
rotondità delle pareti che si tenevano per mano, ignorando l’angolo retto e che
facevano felice l’imperfezione visibile. Pensava agli elogi casuali transitati
negli anni, alla curiosità manifestata da sguardi frettolosi e alle curve
sinuose che attraggono, che ammagliano, come un fiume nel suo girovagare
sicuro.
Solo Barbara conosceva il fluire delle ore, la loro
visibilità proiettata lontano, le trasparenze e le crudeltà che attendevano.
Sapeva i dolci piaceri, li assaporava prima del loro arrivo.
Non osavo porle domande sul dopo, sui giorni del nostro
domani. Era gentile con me, premurosa, affettuosa: per questo eravamo da tempo
legati da sentimenti profondi.
- Tullio, so cosa pensi, ciò che ti turba in queste ore. Non
sei felice dell’elezione del Presidente e del suo nuovo settennato? Capisco,
t’infastidisce il contesto in arrivo, le infelicità in attesa e le speranze che
non arrivano mai. Soffocate.
- No non è solo questo e tu lo sai.
- Certo che lo so. Domani ne riparleremo.
gieffe