PREMESSA
Qualcuno mi ha chiesto il perché di questa ricerca su
Ostilio Bego. All’inizio pensavo di ricordare solo un amico, un sacerdote che
ha vissuto gli anni straordinari del Sessantotto.
All’improvviso, però, mi sono reso conto che nella sua
storia permaneva una separazione, un vuoto, tra il prima, trascorso qui ad
Adria, e il dopo, dal ’72 a Trezzano sul Naviglio. Tra il sacerdote e l’uomo
sposato impegnato nella politica. Era quindi necessario provare a ricucire quel
tempo, quell’umano tessuto che si era lacerato, slabbrato.
Così mi sono immerso nella narrazione della sua vita che,
per casualità, condivise con me in un breve ma intenso periodo della sua
esistenza.
VERSO PARIGI
Ostilio guidava sorridente la sua Opel chiara verso la Francia insieme ai suoi
tre giovani amici, scherzosi, irridenti, come solo si può essere a vent’anni.
Che portavano allegria, spensieratezza e tanta voglia di cambiare il mondo.
A Parigi si sistemano in campeggio, a Champigny sur le
Marne, e da lì ogni giorno si recano al centro della città, godendosi le
bellezze artistiche e monumentali, camminando nei vicoli del centro storico,
inventandosi giochi nuovi, curiosando tra i turisti, molti dei quali italiani.
Trascorrono giorni lieti, serate in allegria con altre
persone conosciute nel luogo. C’è chi, tra loro, noleggia una barca sul fiume,
chi, invece, se ne va solo a spasso per la città sconfinata.
Arriva, infine, il momento del rientro a casa, percorrendo
un diverso itinerario rispetto all’andata: attraverso la Svizzera.
Nessuno allora sapeva che quella per il Professore, cosi lo
chiamavano i suoi compagni di viaggio, sarebbe stata l’ultima estate ad Adria.
Stava per iniziare un’esistenza nuova, diversa da quella vissuta fino ad ora.
In un altro luogo lontano.
Cinque mesi prima, nel febbraio del ‘72, il Vescovo della
diocesi di Adria lo aveva fermamente invitato ad abbandonare la sua “doppia
vita” sacerdotale.[1]
Per comprendere perché questo accade è necessario andare a
ritroso, ripercorrere il suo cammino, soffermarsi nei luoghi più significativi
della sua evoluzione.
Ostilio Bego nasce nel 1924 ad Agna, comune padovano. La
famiglia si trasferisce presto, come molti veneti, in Brasile per cercare un
futuro migliore, lasciando alle spalle le difficoltà economiche.
Quell’esperienza, però, non attecchirà, non durerà a lungo, poiché ci sarà
presto il ritorno in Italia, ad Adria, nel 1930.
Frequenta le scuole pubbliche e successivamente entra in
seminario. Viene consacrato sacerdote nel luglio del 1947. Manifesta
immediatamente il suo esuberante carattere generoso e combattivo, attento e
sensibile alle istanze sociali nei diversi ruoli per la diocesi: a Fenil del
Turco, Ficarolo, San Francesco a Rovigo, presso il Collegio vescovile Angelo
Custode, come vice Rettore.
Frequenta l’Università di Padova, impegnandosi nella Fuci, e
laureandosi, nel 1961, in
Scienze Politiche con il Prof. S. Acquaviva.
Successivamente insegna, per qualche anno, nella scuola
media di Donada, insieme al prof. Italo Fantinati, con il quale stringe una
profonda e duratura amicizia.
Si abilita subito dopo in filosofia e si trasferisce, docente di storia e filosofia, nei licei adriesi, dal ’64 fino al termine dell’anno scolastico 1971-72.
Si abilita subito dopo in filosofia e si trasferisce, docente di storia e filosofia, nei licei adriesi, dal ’64 fino al termine dell’anno scolastico 1971-72.
Dieci anni prima dalla sua laurea, l’alluvione del ’51 aveva
lacerato profondamente il tessuto economico sociale della provincia, specie nel
Polesine meridionale: disoccupazione diffusa, scarsa scolarizzazione, ripresa
dell’immigrazione e aspri conflitti sociali, principalmente nel mondo
bracciantile.
In un contesto di difficoltà e di preoccupazione oggettiva,
si sentiva il bisogno da più parti d’intervenire per portare sollievo al mondo
del lavoro, alle diverse attività produttive, alle nuove generazioni del
dopoguerra.
Nel gennaio del 1953 nasce, ad Adria, il Centro di
Avviamento Professionale “San Francesco, ” il primo nella provincia e Don
Ostilio lo guiderà con competenza e capacità organizzativa, chiamando ad
insegnare, fin dall’inizio, i migliori artigiani del luogo.
Muratori, falegnami, aggiustatori meccanici e idraulici sono
le quattro professioni iniziali che vengono proposte ai giovani, compresi
quelli confinanti con la provincia polesana. Molti arrivano in treno alla
stazione adriese, dove trovano un pulmino della scuola che li attende per
portarli nella struttura scolastica, situata a sud della città.
Autorevole direttore svolge con passione il suo lavoro e
spesso dà sostegno a chi ha difficoltà nell’apprendere, a chi stenta a trovare
la giusta concentrazione, perché distratto dalla vita che scorre e muta; oppure
valorizza le capacità latenti, che non si evidenziano subito nei giovani
studenti, ai quali, a volte, basta l’incoraggiamento, la vicinanza e il sostegno
per emergere, per scoprire le proprie inclinazioni, come per Sante Sperindio
che, con il suo appoggio, riesce a conseguire il diploma di ragioniere. “Senza
di lui – mi ha raccontato Sante – sarei diventato muratore.”
E questo profondo sentimento empatico, sentirsi nell’altro,
lo accompagnerà sempre lungo il corso della sua vita.
Nel 1964 cessa l’attività formativa del Centro di
Addestramento. Alcune migliaia di giovani si erano, in tal modo, potuti formare
trovando il lavoro, favorendo l’economia locale e l’artigianato e promuovendo
il loro benessere e quello familiare.
GLI ANNI SESSANTA
Gli anni sessanta irrompono nella vita degli uomini,
accendono speranze, illuminano coscienze addormentate, scoraggiate e
allontanano il buio presente nel mondo degli uomini.
Durante il Concilio Vaticano II (1962 -1964) il nuovo
Pontefice Giovanni XXIII, inatteso, imprevisto, parla di pace a tutti gli
uomini di buona volontà e i Presidenti delle due massime potenze nucleari – Usa
e Urss – inventano la “coesistenza pacifica, ” la fine della guerra fredda.
Nasce il centro sinistra e i socialisti di Nenni entrano nel
governo alleati alla Dc.
In questo inusuale contesto s’affacciano nuovi timori,
rumori sordi di coloro che si oppongono al rinnovamento. Nel 1964 viene,
infatti, sventato un tentativo colpo di stato da parte del generale del
carabiniere Giovanni De Lorenzo. Le forze reazionarie e conservatrici tramano
contro la Repubblica.
Ostilio non poteva certo sottrarsi ai sorprendenti mutamenti
che lo accompagnavano nella sua esistenza di uomo e di sacerdote, alle tensioni
che permeavano la società.
Nel ’67 vengono pubblicati, a cura della Diocesi di Adria, i
risultati di un’inchiesta sugli studenti rodigini e l’insegnamento della
religione. E’ una ricerca interessante, svoltasi presso alcuni istituti medi
superiori della città rodigina, e Don Ostilio ne è l’autore.
Le conclusioni di questa indagine mettono in luce aspetti interessanti
nel pensiero di quegli studenti: una diversa sensibilità tra le nuove
generazioni; un’attenzione profonda alla spiritualità, lontana dai luoghi comuni
e dalle vecchie abitudini consolidate; marcato disinteresse alla politica
praticata in quegli anni; forte attrazione, invece, ai temi sociali. Infine,
desiderio e anelito “ad una religione libera da ogni equivoco politico.”[2]
Questo sembrano volere quei giovani, alla fine di quel
decennio straordinario.
“L’equivoco politico” che attanaglia l’istituzione Chiesa ritornerà
alcuni anni dopo nella risposta al suo vescovo.
Sopraggiunge infine la bellezza del ’68 con i suoi slanci e
contraddizioni, che muta gli animi, i costumi, le relazioni tra i giovani. Che
attendevano.
La gioiosa fantasia s’apprestava ad accompagnare i primi
passi di quell’esperienza. Improvvisamente la strage di piazza Fontana, con i
suoi morti, segnerà l’inizio della strategia della tensione. Una tappa funesta
per gli italiani. Di sangue e dolore.
Ormai non è più il giovane prete organico al moderatismo
cattolico, strutturato per dare sempre risposte rassicuranti, benpensanti. Ha
visto la società mutare accanto a lui, ha partecipato alle emozioni con le sue
classi di liceo, ha seguito le vicende di giovani costretti ad andarsene, per
cercare lavoro lontano, in altre province.
Per anni era stato, come molti sacerdoti diocesani, severo difensore
di questo mondo, accanto al partito che si definiva cristiano. Poi il Concilio
aveva chiamato l’umanità intera a farsi carico delle sofferenze degli ultimi,
degli esclusi e Ostilio, con stupore, segue questa strada, questo soffio del
vento con convinzione e coraggio.
Gli anni successivi lo vedranno presente in luoghi diversi
per testimoniare, in comunanza con altri sacerdoti, una religiosità nuova,
attesa da tanti credenti.
Nel 1970 nasce ad Adria il circolo C. Torres che raccoglie
giovani studenti, operai, artigiani, professori incaricati che arrivano da
regioni diverse, a volte lontane, iscritti ai sindacati, simpatizzanti della
sinistra laica e cattolica.
Ostilio si avvicina e aderisce a questo movimento appena
sorto che porterà freschezza e vivacità culturale nella vita addormentata della
città. Che, tuttavia, sta aprendosi, seppur lentamente, alle innumerevoli idee
che s’intrecciano nei sentimenti della cittadinanza. E’ attivamente presente
alle diverse iniziative politiche e culturali e aiuta studenti nel doposcuola
gratuito, presso la sede del Torres. E’ chiamato in diversi cineforum del
territorio e nelle parrocchie, introducendo il dibattito, al termine della
proiezione.
In questo periodo intensa è, infatti, l’attività politica e
culturale del circolo: con l’arrivo di Pio Baldelli, esperto della
comunicazione, con L. Bertoldi, deputato e presidente del gruppo parlamentare
socialista, con Dario Fo e “Mistero Buffo, ” spettacolo teatrale rappresentato
sopra il rimorchio di un camion, in piazza Garibaldi, per il diniego del teatro
da parte del Comune.
Nei mesi successivi altri personaggi della società civile
approderanno ad Adria, rendendola bella agli occhi e alle menti dei suoi
concittadini.
Il caso “Isolotto”, a Firenze lo colpisce profondamente, in
quel tempo. Fa visita, in più occasioni, a don Mazzi, parroco di quel
quartiere. Il vescovo fiorentino lo aveva, infatti, allontanato dalla sua parrocchia
per disobbedienza. Celebra messa, nella piazza antistante alla chiesa, assieme
ad altri presbiteri provenienti da province e regioni diverse.
La stagione delle forti emozioni, dei bagliori stupefacenti
non era terminata e all’improvviso la potente umanità del prof. Basaglia era
apparsa a tutti nella sua limpidezza: la sua ostinazione nel voler perseguire
il bene di uomini e donne, segregati da sempre nei manicomi nazionali.
Con amici si reca a Gorizia nell’ospedale “aperto, ” dentro
il quale era iniziata da tempo una terapia innovativa nella cura dei malati,
considerati uomini, persone in sofferenza. Si apre un mondo inaspettato che
porterà innumerevoli frutti e benefici.
E’ una lenta “trasgressione” quella che lo cattura, come
fosse inevitabile, una risistemazione dei valori, delle relazioni consolidate
negli anni, del suo ruolo significativo che aveva all’interno del mondo diocesano
e nella società civile.
Dopo la morte dei genitori questo movimento interiore
conosce un’accelerazione nell’adesione al sindacato scuola Cgil e nella viva
presenza presso il circolo Torres.
In questi luoghi per lui inconsueti ricerca una serenità per
sopperire alle perdite che arrivavano dalle parole, dalle assenze, dagli
sguardi di chi prima lo aveva conosciuto, stimato, e che ora non riescono a
comprendere questa sua nuova identità, critica e irriguardosa nei confronti del
dominante potere politico e religioso. Cerca di sfuggire alle solitudini
innumerevoli, all’incomprensione nella quale sta lentamente scivolando e gli
altri, le nuove e laiche amicizie, con le loro sfaccettature e perplessità,
diventano ora una famiglia larga, accogliente, poiché la prima, quella dei
presbiteri, degli affetti e delle numerose amicizie, non può più soccorrerlo
nel suo procedere, essergli vicino.
E’ in questo periodo, nell’ambiente scolastico e sindacale,
che conosce Paola, futura moglie a Trezzano sul Naviglio.
In un simile contesto il vescovo della diocesi G. Mocellini
lo richiama più volte, lo invita verbalmente e poi per iscritto a lasciare quel
suo modo di vivere, ricordandogli il suo essere prete.
Ostilio aveva già iniziato a percepire attorno a sé curiali
ostilità crescenti, poliedriche e diffuse incomprensioni per il suo agire
sociale, per le sue pubbliche apparizioni.
Con apparente serenità continua il lavoro di docente al
liceo che gli garantisce autonomia economica e gratificazione personale. Si
prepara, tuttavia, per eventuali provvedimenti da parte dell’Autorità religiosa.
Che puntualmente arriveranno.
LE LETTERE
Alla fine del mese di febbraio del ’72 arriva a casa di Ostilio
la lettera del vescovo G. Mocellini: dura e caritatevole insieme, pronta al
perdono, preconciliare nella sua essenza.
“Reverendo Don Ostilio, ”
“Desidero stenderLe la mano per aiutarla, sempre supposto
che Ella sia convinta di averne bisogno.”[3]
“Ella si ricorderà che le ho scritto e parlato anche nel
passato e sempre con la benevolenza più larga.”
“Le sue “attività” in diverse località della diocesi mi
mettono in una situazione di grave imbarazzo.”
E’ un inizio apparentemente gentile, perfino affettuoso
quello del vescovo, che annuncia tuttavia l’ultimatum.
Per chiarire il suo pensiero si affida a tre punti
specifici, alquanto vaghi, non per questo meno significativi nel loro
contenuto.
Il primo riferisce il malessere del presbiterio diocesano
che lo sollecita affinché, egli afferma, ”il nostro silenzio non sia scambiato
con connivenza al Suo modo di agire.”
Il secondo introduce lo sdegno e la sorpresa di molti laici:
”Perché io non mi sono ancora deciso a sconfessarLa pubblicamente per evitare
la confusione che ella semina in mezzo al popolo di Dio.”
E infine l’ultimo, il più clamoroso e peccaminoso “Le stesse
Autorità Pubbliche ( e Glielo dico in tutta confidenza) mi chiedono quale
valutazione io credo di dover dare ai vari episodi che l’hanno avuta come
protagonista.”
La breve missiva si arresta con un perentorio invito. E’
necessario che ci sia “una decisione netta” per evitare “una doppia vita, che
reca disagio a Lei e a noi.” Con brutalità, appena attenuata, lo invita,
quindi, a rientrare nella Chiesa oppure ad andarsene. Così il vescovo
Mocellini.
Ostilio risponde subito alla lettera, il mattino seguente,
il primo marzo.
La sua è una lunga e appassionata argomentazione che viene
inviata pure ai suoi confratelli del presbitero diocesano, affinché, egli dice:
“Questo processo non rimanga senza testimoni.”[4]
Qual è la vita di noi preti, si chiede, quale la sua
missione e ”a che serve quello che facciamo” in una società dove la politica
opaca e compromissoria offende i diritti dei cittadini e soprattutto: ”Perché
non abbiamo raccolto gli inviti del Concilio rimasti purtroppo solo buone
intenzioni.”
Prova stupore e indignazione perché si sente chiamato in
causa dalle pubbliche autorità per il suo modo d’essere e di operare. Non trova giustificazione a questo riferimento:
“La nostra logica non è quella dei potenti.”
“Guardiamoci intorno- risponde - e riconosciamo onestamente
che non c’è più dialogo tra di noi” perché è inutile parlare di niente quando
non c’è l’escluso, il perdente.
Vuol rimanere nella chiesa, Ostilio, ma non come un piffero
o come uno disposto a dire sempre sì. Teme d’essere cacciato e sfida l’Autorità
religiosa a farlo. Propone, infine, d’interrogarsi nella comunità ecclesiale,
non sul suo caso, ma sulla presenza di preti in Italia e nel Polesine.
Lo scambio epistolare rompe ogni dialogo possibile e
certifica la rottura definitiva tra il vescovo di Adria e il sacerdote Ostilio
Bego.
Nella realtà lo strappo s’era già consumato molto prima,
lentamente, nel corso degli anni e soprattutto in quelle vicende che lo avevano
visto “protagonista” e che costituivano per il prelato Mocellini la sua
“doppia” vita. Incompatibile e incomprensibile in quel tempo.
TREZZANO
Trascorsa l’estate parigina Ostilio si trasferisce a Milano;
affitta una camera per alcuni mesi e da lì prepara il suo matrimonio con Paola,
che avverrà nel comune di Trezzano sul Naviglio, nel giugno del 1973.
Il IX liceo milanese, zona Giambellino, diventa ora la sua
nuova scuola e gli studenti iniziano con lui un percorso fruttuoso nello studio
e nell’approfondimento scolastico. La sua funzione docente si arricchisce in un
ambiente diverso, in una città grande e straordinaria come Milano, che lo aiuta
nella sua umana ricostruzione. Prosegue il suo impegno politico e sociale nel Comune
dove ha preso la residenza, senza quel disprezzo e quei pregiudizi che aveva
patito nella sua città e nella diocesi adriese L’anno successivo nascerà Ileana
con grande gioia e stupore per entrambi i genitori. Per Ostilio è un’esperienza
affascinante e gioiosa, quella del padre, che accompagnerà la sua bimba a diventare
grande negli anni.
Nella sua abitazione aiuta con ripetizioni gratuite studenti
in difficoltà, come aveva già fatto ad Adria, presso il circolo “Torres.”
E’ un precursore e anticipa il tempo che verrà, mai fermo,
in moto. Che scorre, dischiude e illumina le consapevolezze rattrappite: quelle
più dolci e familiari e le altre innumerevoli sparse in ogni luogo.
Si avvicina al partito comunista e frequenta assiduamente il
sindacato scuola C.G.I.L. con spirito costruttivo e battagliero, fiducioso nel
futuro, come egli era.
Ricopre l’incarico di assessore alla cultura nel quinquennio
’75 – ’80 con passione e impegno, promuovendo svariate attività per la
cittadinanza di Trezzano.
La sua vita passata viene rimossa, così le tracce della sua
esperienza sacerdotale: foto che lo ritraggono con la tonaca, lettere e
documenti diversi sugli anni trascorsi nel Polesine. E’ un modo per difendere
la sua vita privata, i suoi affetti; anche se nel mondo politico era noto il
suo passato.
Nel 1976 nasce il Centro Socio Culturale che prenderà
successivamente il nome di “C. A. Dalla Chiesa” e Ostilio lo guiderà come
presidente fino al 1991. Luogo della promozione culturale e sede della
Biblioteca Comunale diventa punto di riferimento per tutte le iniziative
culturali e per le associazioni del territorio.
Fonda la Scuola Civica
di Musica e la Scuola Civica
di Pittura, istituzioni che sono tuttora attive e presenti nel territorio.
In Consiglio Comunale si fa apprezzare per il suo rigore
etico, in una stagione difficile e complicata per la vita politica nella città
e per i partiti che sono chiamati a interpretarla.
Dopo aver insegnato al XIII liceo Allende si trasferisce
allo scientifico di Corsico, insegnando fino alla pensione.
Nel 1992 viene colto da infarto e costretto a limitare il
suo impegno politico e sociale. Mai abbandonato del tutto. Vive con intensità e
calore umano i rapporti di amicizia e collaborazione con l’ambiente nel quale
vive.
Nove anni dopo arriverà rapida la morte, con un secondo e
decisivo infarto. Il venti febbraio del 2001 al suo funerale parteciperanno
migliaia di cittadini, amministratori comunali, amici e conoscenti, avversari
politici e tutti coloro che nel passato hanno condiviso con lui
quell’esperienza di vita intensa e generosa.
Nel settembre del 2005 la Biblioteca del Comune viene
intitolata a Ostilio Bego, “figura di rilievo nella vita culturale della città,
” scriverà la direttrice Chiara Lossani, che ricorda il valore e la bellezza
che ha saputo donare.
Dopo tanti anni molto è mutato pure qui, nella sua diocesi
tra l’Adige e il Po.
Sacerdoti impegnati nel sociale si sono succeduti nel
frattempo, senza destare stupore e scandalo attraverso attività molteplici di
sensibilizzazione politica e culturale.
Il futuro modificherà ancora le relazioni liquide tra gli
uomini, le fedi difformi e il mondo sacerdotale nel suo uffizio.
La storia, sempre ce lo ricorda.
Gianni Ferro
[1]
Lettera del Vescovo G. Mocellini al Sac. Ostilio Bego – 29 febbraio 1972
[2]
Ostilio Bego, Gli studenti rodigini e l’insegnamento della religione: risultati
di un’inchiesta – pag. 42 - Diocesi di Adria 1967
[3]
Lettera di Giovanni Mocellini, vescovo –
27 febbraio 1972
[4]
Lettera di don Ostilio Bego, sacerdote – 1 marzo 1972

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