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venerdì 22 gennaio 2010

L’Udc di Casini


Il PDL di Mainardi


Il Quarto Potere manifesta un’incapacità diffusa nell’esercitare le sue prerogative: essere in pratica un contrappeso agli altri tre esistenti: il Legislativo, l’Esecutivo e il Giudiziario. Si piega, si autocensura, filosofeggia nelle pagine nazionali. Poche testate tengono la schiena dritta. Altre servono il loro padrone con candida naturalezza e raccontano il Paese così come dettano le veline della politica assiderata. Fanno parlare i loro corrispondenti, infischiandosene delle divisioni tra i Poteri, poiché sanno che è il Governo che detta le condizioni, il Parlamento si adegui e la Magistratura non disturbi, anzi la smetta con le persecuzioni politiche, con le partigianerie. Fini, Presidente della Camera, prova debolmente a resistere alla furia ossessiva del suo alleato Coofondatore, senza alcun risultato apparente, anzi diventando bersaglio da baraccone dell’editore della Guida Suprema.
Nelle diverse contee della Penisola le testate giornalistiche si adeguano per interesse e piaggeria e mandano in onda interviste accomodate per raccontare gli eventi e le storie degli italiani frastornati, felici e turbati dalla crisi.
Nella terra di Mezzo, il Centro, l’Udc di Casini dolcemente accarezza il desiderio di poter contare nelle trame elettorali e s’apparta ora con il PDL nel Lazio, ora con Bersani da un’altra parte. Gli ambasciatori politici s’impegnano al massimo per spiegare il termine relativismo politico, stare cioè con le Destre in una regione e schierarsi con il PD in un’altra. Anche D’Alema ha provato a convincere i suoi, senza grandi risultati. Gli elettori, ormai secolarizzati, non s’affidano più al carisma e ragionano sempre di più, per fortuna, con le loro teste, anche se a parlare è il leader Massimo del PD. Rifuggono dalle false lusinghe dei politici consumati, logorati perfino da lorostessi e disdegnano di adagiarsi nelle asfittiche politiche dei partiti fotocopia tra loro. Alcuni preferiscono andarsene dal voto, altri per disperazione fingono di votare chi non c’è, chi non esiste.

Nella città di Adria, lungo il Corso Vittorio E., il coordinatore provinciale del PDL M. Mainardi ha iniziato con largo anticipo  la campagna elettorale, pensando così di fare bella figura con i suoi capi e, impreparato alla politica, per non sbagliare ha recitato la consueta omelia dell’anno appena trascorso, sparando una grandiosa balla: “La sua giunta, dichiara, ha già fatto molto. La sua unica pecca è quella di aver dedicato poco tempo, presa dalla voglia di fare, alla comunicazione. Ha fatto comunque molto di più delle sinistre in 30 anni». Se questo fosse veritiero, sarebbe un’impresa mostruosa e titanica, mai accaduta prima. E’ comprensibile tuttavia che egli abbia parlato così, poiché traduceva ciò che la sua Guida perfetta aveva tempo fa proclamato: di essere stato il più grande Presidente del Consiglio negli ultimi 150 anni. Per non essere da meno, egli si è accodato a questo paragone, traducendolo a modo suo, ma dimenticando i liberali adriesi, da cui proviene per formazione, che avevano sostenuto e partecipato ad una di quelle vituperate Amministrazioni di Sinistra. Cosa può generare il desiderio dello strafare.
In realtà la debolezza di questa confusa e disordinata Amministrazione si manifesta quotidianamente, nonostante una stampa amica che sorvola sulle manchevolezze e sugli errori fin qui commessi da Bobo e compagni, sulla loro presunzione di cambiare volto alla città. Per ora ci sono solo buone intenzioni, promesse, appelli, non tanto mascherati, ad esponenti del governo regionale, tutori consapevoli ed elettoralmente interessati . Se ciò non bastasse le cronache raccontano che pure il ministro Bondi si è dichiarato pronto a fornire aiuti e assistenza.
Ma, ci si chiede, è solo questa la forza di una compagine amministrativa, questo dipendere da altri ed  appiccicarsi a qualche potente governativo di turno?
Rispettosi della democrazia, aspettiamo trepidanti e fiduciosi che una pioggia di euro arrivi a bagnare le nostre strade, rendendo giulivi i consiglieri tutti della pubblica Amministrazione, minoranza compresa.
Il politico improvvisato, anche se sbaglia, può forse venire perdonato, se non è recidivo. Le sue manchevolezze passano inosservate in questo tempo, nel quale ogni affermazione può vivere senza riscontri oggettivi. Nessuno va a controllare le parole strampalate pronunciate liberamente solo per lasciare un segno del proprio passaggio. Il medioevo contemporaneo si nutre di proposizioni fasulle e i vassalli felici sono coloro che  leggono compiaciuti i loro nomi nelle locandine delle gazzette locali, pagate anche da noi.

Giovanni Ferro

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