Machiavelli è ritornato o forse non si è mai allontanato da noi. Infinite volte lo abbiamo ritrovato tra gli uomini con Il Principe, agile volumetto denso e pregnante di significati che lo ha reso famoso nei secoli, a partire dal Rinascimento fino a noi. Spesso mostrando di sé quell’aspetto cinico che non gli apparteneva, come se ogni scopo o fine potesse giustificare qualsiasi nefandezza: così nella storia moderna l’hanno voluto dipingere. Non tutti, non certo il pensiero consapevole che rifugge dalle partigianerie d’ogni genere.
Non si può ancora chiamare virtù ammazzare
li sua cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza
religione; li quali modi possono fare acquistare imperio, non gloria.
…Perché, se si considerassi la virtù di
Agatocle[1]
nello intrare e nello uscire de’ periculi e la grandezza dello animo suo nel
sopportare e superare le cose avverse, non si vede perché elli abbia ad essere
indicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano. Non di manco, la sua
efferata crudelità et inumanità, con infinite scelleratezze, non consentono che
sia infra gli eccellentissimi uomini celebrato.[2]
Sapeva egli cogliere i mali profondi che corrodono gli
animi e li deturpano nei governi della cosa pubblica, degli stati e degli
imperi.
I dispotismi vecchi e nuovi possono, pertanto, partorire
governanti straordinari, abilissimi nella gestione del potere, spietati e
crudeli; mai, tuttavia, “uomini eccellentissimi” da ricordare e celebrare nella
comunità fra gli uomini.
E’ pur vero che ci sono crudeltà utilizzate male o bene tra
gli uomini.
Bene usate si possono chiamare quelle ( se del male è lecito dire bene) che si fanno a uno tratto, per la necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento, ma si convertiscono in più utilità de’ sudditi che si può; male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio siano poche, più tosto con el tempo crescono che le si spenghino.[3]
E’ riconoscimento oggettivo della logica delle cose e dell’utilità
del male che non è più tale, che muta se stesso per un qualche cosa di più
alto, di necessario: per un bene che possa riscattarlo.
Diversamente dal Principe, opera vigorosa e militante che si
proponeva di scuotere le coscienze e porre l’attenzione alla famiglia dei
Medici e del nascente Rinascimento italiano lo stato indecoroso dell’Italia
spezzettata e politicamente divisa, i Discorsi sopra la Prima Deca di Tito
Livio si propongono d’insegnare educando come dar vita costante e duratura al
governo dei cittadini, integrando e accompagnando il suo pensiero nella ricerca
di un bene comune a tutti. Possibile e desiderabile.
Non è…. la salute d’una republica o d’uno
regno avere uno principe che prudentemente governi mentre vive; ma uno che l’ordini in modo, che morendo ancora, la si
mantenga.[4]
E’ un insegnamento a volte dimenticato nelle moderne
democrazie, le quali non hanno cura del domani, quando chi le guida guarda solo
se stesso, il suo minuscolo e meschino interesse personale.
Oggi si ricordano i cinquecento anni del trattato politico
più noto al mondo che suscitò con i suoi diversi aforismi e argomentazioni
scientifiche fortuna e contrasti, assimilazioni e purificazioni tra gli uomini
del suo tempo, chierici e laici. Che ancor oggi affascina e attrae.

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