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martedì 16 luglio 2013

Attendiamo Godot



Tullio



Tullio si chiedeva se la maggioranza estesa, invenzione curiosa del lessico politico, fosse ormai diventata la norma nella mente dei suoi diversi e pittoreschi protagonisti: solo in apparenza in conflitto tra loro. Per lo più unanimi nella non gestione della cosa pubblica.
Il pensiero lo tormentava pure davanti alla sua affezionata tazza di tè nella piazza, quella che guarda il fiume tranquillo nel suo consueto movimento verso la foce.
Non poteva ignorare che la Repubblica per decenni era stata governata da un solo partito onnivoro, la Dc, che racchiudeva nel suo ventre un po’ tutte le differenze politiche, escluso il Pci che, per necessità, assaporava la sua storia, che “veniva da lontano, ” in una perenne opposizione, per alcuni consociativa, per altri di responsabilità. Poi, un giorno tutto svanì e gli scenari mutarono profondamente anche qui da noi, in Italia.
A Berlino la storia fece un balzo, si scrollò del passato mummificato e riprese il suo corso veloce, dopo tante attese.
E se questo fosse un’inedita e diversa forma di governo democratico, si chiedeva? Con un terzo dei votanti, oppositori scalcagnati e con gli altri due rimanenti amorevolmente conflittuali per bisogno?
In attesa di…Del ripristino delle regole classiche dell’alternanza sinistra – destra.
Chi può onorevolmente sostenere che non sarà così? Che Godot invece arriverà finalmente per deliziare gli animi inviperiti ed esanimi di tanti ammorbati dai miasmi della politica?

L’elevazione dello spirito lo affascinava, ripensando a Baudelaire, al bisogno ”di volare oltre i fetori malsani; “ di purificarsi nell’aria tersa, per ascoltare poi il linguaggio dei fiori e delle tacite cose.
Nell’animo suo il Segretario fiorentino lo soccorreva in queste afose giornate di luglio e le sue parole sembravano dolci sussurri, anche quando erano dure ed aspre nel narrare la vita e il bisogno della libertà e si commuoveva nel ricordo di “ quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma e merito alcuno non contrappesa” e l’accrescimento del potere di un tiranno, per quanto magnanime possa essere, non potrà mai compensare “la dolcezza del vivere libero, “ e “quando i costumi vostri fussero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbano: e se voi credessi che bastassero, ve ne inganneresti, perché a un consueto vivere sciolto ogni catena pesa e ogni legame lo strigne”.[1] Si rivolgeva a tutti noi Niccolò.

Tullio se ne stava da tempo appartato, lontano dalle vicende penose della vita quotidiana, soffocata dalle domande atroci che la gente tutta si poneva sulle sorti del nostro Paese.
Sognava di volare lontano, attorno alla bianca Galassia, come avvenne una volta. Barbara allora lo aveva accontentato: solo quella in quell’occasione. Avvenne nel mese di luglio del ‘90 e gli Appennini si stupirono molto di quell’evento; così pure i castagni centenari.

- Perché sei lì da solo, Tullio? Non c’è con te Enea?
- No, è andato ad ascoltare la minoranza consigliare del Pd e gli associati, quelli piccini, piccini.
 - Lo sai che fra un’ora dobbiamo partire? Te lo ricordi? Dobbiamo andare a trovare gli amici e i parenti. Abbandona quel grigiore che ti avvolge tutto e sorridimi, come sai fare.
- Non è facile in questi tempi, dovresti saperlo.
- Scuotiti e accarezza, invece, le opportunità che l’esistenza ti dona.

Non sapevo più cosa dire, seduto nella panchina. Mi alzai e provai a camminare. Lentamente.
Barbara nel frattempo s’era già allontanata lunga la strada chiassosa del mercato minore, quello del mercoledì.

Dal ponte Castello Enea stava arrivando col solito passo, con il suo sacchetto di plastica rigida, contenitore di giornali e fogli vari, fotocopie per lo più, che distribuiva qua e là ad amici e conoscenti. Aveva sempre qualche aggiornamento da offrirmi, col consueto cipiglio: portava le voci raccolte nei bar, negli incontri casuali o ricercati.
Era a quasi a due passi da me, quando il telefono squillante mi ricordò la partenza.
- Devo andare Enea, scusami, mi chiamano a casa. Ciao.
- Ci vediamo stasera da Piera? Alle 21, ci sarai?
- Forse sì.

L’amico, che non voleva votare più in questo suo periodo sabbatico, mi portava conforto, sempre alla ricerca perenne di qualcosa che valesse la pena di essere conosciuto: per questo al mattino lo si vedeva sovente nella pubblica biblioteca a leggere e a sottolineare. Con passione ed ostinazione.

Alle 21 da Piera. Sarò lì Enea.


gief


[1] N. Machiavelli, in Machiavelli di Luigi Russo, Laterza 1949, p. 65 – 66.

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