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mercoledì 20 novembre 2013

Come una sconfitta può cancellare tutto ciò che appariva buono e positivo prima.







Ciò che di Renzi sembrava fanciullesco e solo appariscente ora si presenta a tanti una scelta utile e proficua.
Gli uomini del partito democratico, affranti dal verbo del suo ex segretario, quasi pentiti di aver assaporato anzitempo l’affermazione mancata nell’ultima elezione politica, a piccole frotte, pare, andranno, l’otto dicembre, festa della Madonna, ad abbeverarsi alle primarie del Pd, sognando il successo futuro. Non lontano, sperano.

E’ difficile comprendere un sì rapido mutamento negli elettori del centro-sinistra. Bersani astuto e spavaldo, che inseguiva il suo giaguaro, è quasi scomparso dalle chiacchiere politiche nazionali, dalla satira che modella l’immagine, dalle tv noiose e spocchiose. Saputelle. Con i retroscena ammiccanti.
Non c’è nulla in questo navigare che assomigli alla politica, alla sua grandezza che fa vivere insieme l’umanità intera: territori, stati, comunità locali.
Tuttavia, non c’è solo il desiderio di arrivare primi, di governare diversamente questo Paese, affidandosi al sindaco fiorentino e abbandonando le stanche e ripetitive elucubrazioni delle teste pensanti di una sinistra estenuata e spenta. Esistono da tempo le speranze sbocciate, che invocano il nuovo futuro, senza timori e paure. Adesso.
Il fatto è che non sanno i dignitari accompagnarsi alla rotazione nel gestire il potere; non sanno abdicare per mantenerlo sano, se così si può dire. Non cupo e malsano. Sono orbi nella lettura dello scorrimento delle ore, presenti e passate; nello scrutare gli sguardi dei giovani che s’affacciano coraggiosi alle scoperte del governo della Cosa Pubblica. Di noi tutti.

Borgo Forzato, adagiato al Tartaro antico, ascolta sovente la sua voce intrisa di risa e sussurri, le sue acque tranquille che provengono da lontano, imbevute di odori e ricordi.
A nord della città, vicolo Forzato rammenta il suo passato, i poteri vicini della Chiesa secolare e del Municipio e le genti che si sono avvicendate tra mura e cortili, in amicizia. Con arbusti e vasi fioriti; al riparo dei venti invernali; con residenti scampati e rifugiati, obbligati da sanzioni e da leggi.
Insieme si ricostruiscono e immaginano il futuro di tutti.

- Arriverà Berenice, stasera. Sono curiosa di rivederla. Chissà cosa racconterà e come lo farà.

- Ho sentito, sai, anche se parli sottovoce, da sola. La tua amica isolana ci farà visita. Berenice è così speciale: provo sempre una strana attrazione per lei. Non come tu puoi pensare.
- Io non penso proprio a nulla, caro Tullio. Sei tu il malizioso e poi io mi rivolgevo a te, silenzioso come sei. Distratto dalle lacerazioni della sinistra, dai suoi pseudo congressi nel territorio. Dalle primarie invernali.

In realtà non poteva non darle ragione, anche se non lo ammetteva con lei. I frastuoni dei media lo assordavano e lo incuriosivano nello stesso tempo.
Era rimasto colpito, giorni fa, da un’affermazione di Miche Serra, ospite della Gruber, giornalista della tv. Riferiva che la sinistra italiana non aveva certo brillato in quest’ultimo ventennio, convinto che fosse ormai necessario, per la sua generazione, abdicare; lasciare ad altri il compito di rinnovare radicalmente questo Paese.
Si riferiva Serra ai dirigenti del Pd che ancora pontificano. Senza voce.

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