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mercoledì 28 febbraio 2018

Oggi, dove andiamo? Quale strada seguiremo?



mercoledì 30 gennaio 2008

Pubblicato da Generazione V

Nell'odierno concetto di "democrazia" è normale credere che questo modello, su cui apparentemente convergono i valori principali che mettono al centro di tutto l'individuo, sia perfettibile ma difficilmente superabile.
Alcune teorie del passato possono sorprendentemente ritornare ad essere molto attuali. Una di queste è quella di uno storico greco vissuto nel II Secolo A.C. di nome Polibio.
Costui era profondo conoscitore della politica greca, nonché appassionato di quella romana da cui prende spunto per elaborare la c.d. teoria dell'anaciclosi.
In questa analisi Polibio ipotizzò l’esistenza di un ciclo, alla stregua di un ciclo biologico, che alterna i vari tipi di sistemi politici. Egli divide le strutture politiche in 3 positive, ossia Monarchia, Aristocrazia e Democrazia, e in 3 negative, quali, Tirannia, Oligarchia e Oclocrazia. La teoria riprende anche il principio di decadimento in base al quale ogni cosa prodotta dall’uomo è destinata a degenerare. Quindi ogni sistema politico è destinato a svilupparsi, evolversi, a degenerare e ad essere superato, finché il ciclo non ricomincerà.
Ogni sistema positivo degenerandosi si trasforma in uno negativo, quindi la Monarchia, ritenuta platonicamente, almeno per l'epoca, la forma di governo naturale, è soggetta ad una deformazione essenziale trasformandosi in Tirannia, caratterizzato dall’egoismo dispotico.
Per cui la stessa Tirannia verrà soppiantata dal governo dei cittadini “giusti” ovvero l’Aristocrazia, ma l’inevitabile essenza egoistica dell’uomo porterà alla degenerazione anche l’Aristocrazia che si trasformerà in Oligarchia. Il “governo dei pochi” verrà capovolto da popolo con sete di potere, che istituirà la forma più sviluppata di governo ovvero la Democrazia.
A questo punto occorre fare un'analisi della nostra situazione attuale visto che siamo in un periodo storico, da tutti definito, democratico.
Secondo Polibio la degenerazione della Democrazia porta alla Oclocrazia e gli elementi che portano a questa trasformazione possono essere individuati nella perdita di quegli elementi che contraddistinguono questa "forma di governo" ossia il governo del popolo.
Quando i governanti non sono più l'espressione diretta del pensiero dei governati si passa all'Oclocrazia.
Ora le considerazioni che si possono fare sulla nostra situazione politica sono tante ma possiamo trarre uno spunto generale di riflessione:
Credete e sentite i nostri governanti come espressione espressione della volontà del popolo?se no perchè? troverete le risposte...
Secondo Polibio dopo l'Oclocrazia ciclicamente si riparte di nuovo con la Monarchia, ma forse non aveva in mente che in un paese chiamato Italia un giorno si sarebbe andati oltre, e che grazie ad una sorta di quarto potere, un giorno si sarebbe creata una "zona grigia" tra Oclocrazia e Monarchia che potrebbe essere definita Regime democratico mediatico.
L'unica cosa che ci consola, ringraziando Polibio, è che anche quest'ultimo ciclicamente è destinato a sopperire... speriamo almeno di non dover aspettare troppo...





giovedì 25 gennaio 2018

La Comunità nei Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio di Niccolò Machiavelli.

Leggere i Discorsi oggi aiuta a comprendere meglio il nostro presente e ciò che ci aspetta nell'immediato futuro.
GF
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Ecco il testo, per quanto possibile letterale, della lezione tenuta da Maurizio Viroli a Sassuolo, durante il Festival della filosofia, il 20 settembre 2009.
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Machiavelli con l’idea di comunità c’entra pochissimo. Sono andato a cercare quante volte Machiavelli usa la parola comunità nei Discorsi. La usa quattro volte in tutta l’opera. E la usa quando si riferisce alle libere città svizzere o tedesche, che formalmente (è il caso della Svizzera) sono parte di una confederazione; nel caso delle città tedesche formalmente sono parte dell’impero, ma in realtà sono libere: solo in questo caso usa la parola comunità.
Insospettito, vado subito a cercare prova di questo uso e vado a leggere lo scritto che Machiavelli compone nel 1508, dopo che era stato mandato come ambasciatore presso l’imperatore di Germania, Massimiliano, e il titolo è il “
Ritracto delle cose della Magna“.
In questo scritto, in tre pagine la parola comunità appare quindici volte: sta parlando della Germania. Cosa vuol dire? vuol dire che per Machiavelli sono comunità quelle piccole città che hanno i seguenti requisiti.
Primo: vivono libere, nel senso che non dipendono da altri, possono darsi statuti e leggi, non devono ricevere le leggi da un principe o da un imperatore.
Secondo: sono città che vogliono vivere libere e non vogliono occupare la libertà di altri (capitolo XIX del II libro dei Discorsi).
Terzo: sono comunità che hanno una forte virtù civile, sono abitate da cittadini che hanno la volontà di servire il bene comune.
Quarto: sono comunità caratterizzate da un forte amore della patria.
Quinto: sono comunità con una forte dimensione religiosa.
Machiavelli ha solo espressioni di elogio: egli indica l’ideale di comunità come ideale da seguire e l’idea di Machiavelli di comunità -so di fare un’affermazione impegnativa- è esattamente l’idea di cui avremmo bisogno oggi in Italia, senza togliere e senza aggiungere una sola virgola, perché per Machiavelli la comunità è comunità di cittadini liberi.
Non è comunità religiosa, anche se i cittadini sono religiosi; non è una comunità tenuta insieme dalla comune identità etnica e non è neppure una comunità di persone che vivono tutte allo stesso modo.
Prova ne sia che Machiavelli è forse il primo scrittore politico che non condanna i conflitti sociali ma li esalta come mezzo per conservare libera una comunità ed è uomo che nella sua vita non solo sostenne con gli scritti ma dimostrò con l’esempio che la natura ha fatto gli uomini con diverse fantasie: vuol dire che si vive in tanti modi, non ce n’è uno giusto e gli altri sbagliati, e che se la natura è varia noi dobbiamo imparare dalla natura.
Quindi la tesi che vorrei spiegare in questa conversazione è che Machiavelli è teorico sì della comunità, che indica come valore da seguire, ma è teorico della comunità di cittadini liberi, che non ha niente a che vedere con l’idea di comunità religiosa o etnica o basata su un’unica concezione della buona vita: per questo è un modello da seguire.
Prima vorrei spiegare che tipo di libro sono i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.
I Discorsi diventano un libro dopo che Machiavelli muore: nel 1532 c’è la prima edizione. Machiavelli li compone ma non li pubblica, perché muore nel 1527. Non abbiamo neanche l’edizione originale dei Discorsi, abbiamo copie: autorevoli, ma copie.
Perché Machiavelli non l’ha mai pubblicato? Ci sono molte tesi per giustificare la mancata pubblicazione di un libro cui Machiavelli lavora per cinque, sei anni e che come mole è la sua opera maggiore. A mio parere, la spiegazione più convincente è questa: Machiavelli vuole comporre un libro che insegni a qualcuno più fortunato di lui la saggezza politica necessaria a far rinascere la libertà repubblicana, cioè le libertà dei cittadini che vivono con le leggi che si sono dati e non sotto un principe, e Machiavelli sapeva benissimo che un libro del genere, nell’ Italia del 1515, sarebbe stato considerato tutt’al più una bizzarria. Dov’erano in Italia le condizioni per far rinascere le libertà repubblicane?
Voi sapete di cosa sono composti i Discorsi.
Machiavelli prende la storia di Roma di Livio che riesce ad avere perché il babbo -che era sì un avvocato ma credo fosse l’unico avvocato di Firenze che fosse squattrinato- che amava i libri -si chiamava Bernardo- compone per un editore l’indice dei luoghi geografici della storia di Roma di Tito Livio; come salario l’editore gli da una copia -non rilegata- dell’opera, così Niccolò, da piccolo -aveva circa 8 anni- si trova in casa i Discorsi e nel 1513, dopo aver servito per quindici anni (dal 1498 al 1512) la Repubbica di Firenze, cacciato da Palazzo Vecchio perché a Firenze si afferma il regime mediceo, scrive i Discorsi, sulla copia che aveva avuto grazie al lavoro del babbo, e scrive a commento di Livio, che racconta di come Roma divenne da piccola città la più grande e potente repubblica dell’antichità, dice Machiavelli “per far gustare e chi legge il sapore il sapore dell’istorie”. Gustare, non capire: cioè trarre dall’istorie non solo informazioni curiose, che sono nozioni, ma come un cibo che entra nell’animo e lo ristora, gli dà nuova vita.
Machiavelli, d’altro canto, parla di cibo anche in un altro luogo, in quella straordinaria lettera a Francesco Vettori, il 10 dicembre 1530, quando Machiavelli è nel momento più buio e scrive che, dopo aver trascorso la giornata in Sant’Andrea in Percussina, dove si era ritirato cacciato da Palazzo Vecchio, dopo una giornata persa nella maniera più volgare e anche triste, quando viene la sera si ritira nel suo scrittoio e legge le grandi opere degli storici antichi.
Cosa vuol dire per lui leggere le storie degli uomini antichi? Dice: “e mi pasto di quel cibo che solum è mio ed io nacqui per lui“. Cibo, ancora, esattamente come ha scritto nel proemio dei Discorsi.
Machiavelli, scrivendo su Tito Livio sta compiendo una doppia opera di resurrezione: vuole far rinascere la saggezza politica dei Romani intesa come qualche cosa che entra nell’animo, e motiva all’azione, e spinge qualcuno ad agire. Ad agire imitando i Romani: a costruire una libera repubblica. Ma mentre scrive quelle pagine emancipa anche se stesso: ritorna vivo, perché per Machiavelli essere vivo voleva dire dedicarsi a grandi ideali: servire la patria, quella patria che gli avevano impedito di servire cacciandolo da Palazzo Vecchio. Ora non può più agire: scrive, e scrive per far rinascere la sapienza politica repubblicana, ma scrivendo di quella sapienza rinasce egli stesso, e infatti lo dice nella lettera: “per quattro ore dimentico ogni affanno, non mi sbigottisce la povertà, non tempo la morte“. Questo, per lui, era scrivere i Discorsi.
Per chi li scrive? Li scrive per altri, che verranno dopo. Li scrive “acciocché gli animi dei giovani che questi miei scritti leggeranno, possano fuggire questi tempi pieni di corruzione e prepararsi ad imitare quelli, pieni di virtù, che gli antichi romani, qualunque volta la fortuna desse loro l’occasione, perché l’offizio di uomo buono, quel bene che per la malignità dei tempi e della fortuna tu non hai potuto operare, insegnarlo ad altri, acciocché sendone molto capaci, alcuni di quelli più amato dal cielo possa operare“. Ecco per chi scrive Machiavelli: per qualche giovane -per il futuro- che possa mettere in pratica quello che insegna, che forse potrà fare quello che egli non è riuscito a fare.
Machiavelli ha scritto per noi, ha scritto per tutte le persone che in ogni tempo, sotto qualsiasi cielo vogliono vivere liberi.
E quando Machiavelli ha scritto di comunità che cosa ci ha detto?
Primo: comunità è soltanto il modo di vivere di individui liberi. Non c’è comunità sotto un principe; sotto la tirannide non esiste la comunità. Non è vera comunità la repubblica corrotta dove il bene privato prevale sul bene comune. Comunità è soltanto di cittadini liberi.
E che cosa vuol dire essere liberi per Machiavelli? Machiavelli aveva idee di libertà diverse da quelle che dominano i nostri tempi. Per Machiavelli essere liberi non vuol dire -come noi tante volte pensiamo- non essere ostacolati, non essere sottoposti a vincoli, non essere sottoposti a regole: no, questa non è l’idea che aveva Machiavelli. Per Machiavelli (come spiega nel capitolo terzo del primo libro dei Discorsi) liberi sono quei popoli che “non dependono da altri o non dependono da un uomo“. Non è la questione se la persona o il popolo da cui dipendi ti ostacolano o non ti ostacolano. E’ il dependere che rende non liberi.
Cosa vuol dire dependere? vuol dire che tu vivi in una condizione tale per cui sei sottoposto al potere enorme o arbitrario di di un uomo o di un gruppo di uomini che se vogliono (se vuole) può privarti della libertà. Che ti opprima o non ti opprima, che ti permetta di fare quello che vuoi o non te lo permetta, non conta niente per Machiavelli: il solo fatto che di essere dipendente da un uomo che se vuole può opprimerti ti rende non libero.
Era la vecchia concezione repubblicana della libertà; era la vecchia concezione che Machiavelli aveva imparato a Firenze, e la scrive in un modo estremante netto quando dice: “li popoli sono di due tipi, o liberi o che depoendono da altri“. Questa nozione gli veniva dal De officiis di Cicerone, dove Cicerone spiega che essere liberi non vuol dire avere un buon padrone: vuol dire non avere un padrone.
Questo è il concetto di libertà che Machiavelli isola ed a cui attribuisce carattere distintivo della comunità.
La seconda caratteristica: non può esserci un principe, perché sei sempre dipendente. Ma il corollario di questa affermazione è che la libertà esiste per Machiavelli soltanto laddove le leggi sono più forti degli uomini. Per questo nel secondo libro, capitolo XIX, Machiavelli scrive “non può dirsi libera quella città in cui vi è un cittadino che può farsi temere dai magistrati“. Qui Machiavelli vuol dire che laddove ci sia, in una città, un cittadino che -perché è ricco, perché ha molti amici- si fa temere dai magistrati, vuol dire che è un cittadino che, se vuole, può imporre il suo potere e il suo volere sulla città.
Machiavelli aveva degli esempi molto forti: i Medici governavano esattamente in quella maniera. Ascoltate le parole che dice: “farsi temere dai magistrati“. Già questo fatto rende una città non libera. Mentre invece quando Machiavelli vuole dare l’esempio di una comunità che è veramente una comunità e dunque dove sono più forti le leggi che gli uomini, per spiegarlo bene, usa queste parole: “quelle molte repubbliche -parlando della Germania- vi vivono libere ed in modo osservano le loro leggi che nessun di fuori né di dentro ardisce occuparle“: ecco la caratteristica della comunità.
Il contrasto è la città dove c’è un cittadino che può occupare le leggi, nel senso che le viola o le fa a suo uso e consumo. Quindi la seconda caratteristica della comunità è il governo delle leggi. Governo delle leggi applicato con una severità assoluta.
Un nostro ottimo amico ha parlato di Machiavelli come teorico politico citato dai sostenitori, dai difensori, da coloro che scusano la corruzione politica dicendo che questo è l’insegnamento di Machiavelli. Bene, io inviterei coloro che citano Machiavelli come sostenitore che il politico in quanto politico può violare le leggi ad esaminare quello che Machiavelli scrive nei capitoli VII e VIII dei Discorsi, dove arriva a dire che qualsiasi violazione delle leggi deve essere punita con la massima severità e anche se il cittadino che si è reso responsabile delle violazione delle leggi ha fatto qualcosa di buono e di importante per la repubblica non conta niente: “li meriti” di un cittadino non possono essere invocati per scusare i suoi crimini.
Del resto Machiavelli ha un eroe che ammira moltissimo e lo cita dovunque con favore ed è Giunio Bruto, non l’assassinio di Cesare, ma colui che liberò Roma dalla tirannide di Tarquinio, e lo cita perché quell’uomo (trae tutto da Livio, Machiavelli, ma lo trae un po’ come vuole; leggeva Livio ma lo interpretava, non era un professore), che chiama il padre della romana libertà, ha il coraggio di condannare a morte il figlio perché ha congiurato contro la repubblica. Altro che un pensatore politico che giustifica la violazione delle leggi.
Machiavelli non fu soltanto uno scrittore politico: lo diventa quando lo cacciano da Palazzo vecchio, ma dal 1498 al 1512 era Secretario della Repubblica ed aveva fra le sue mansioni quella di governare il contado, cioè di scrivere ai commissari fiorentini, quelle che governavano le città soggette. Ed io se devo augurare un male ai politici corrotti auguro loro di dover rispondere a Machiavelli. Tanto per citare un esempio, quando nel 1508 c’è una pestilenza ad Empoli e il commissario fiorentino è scappato dalla città nel bel mezzo della pestilenza, Machiavelli gli intima con una lettera di tornare subito in loco, altrimenti lo manda al Bargello, cioè al carcere. Questo era Machiavelli: era severissimo quando si trattava del bene pubblico e delle leggi. Per lui la comunità esige che il governo della legge sia rispettato con una severità assoluta.
Terzo aspetto della comunità è l’idea che si ha comunità soltanto quando hai dei cittadini non di nome ma di fatto, cioè cittadini che sanno che il bene comune è più importante del bene privato. Il ragionamento di Machiavelli è di tipo realistico. Machiavelli ti dice : vuoi essere libero? guarda che essere libero significa non dipendere da altri uomini. Questo vuol dire che se nella tua città si afferma un uomo o un gruppo che ha poteri enormi, che può occupare le legge, che può farle a suo beneficio e dei suoi partigiani: se si afferma un potere così tu non sei più libero. Se vuoi evitare che un potere così si affermi, tu devi essere saggio, vedere che sta emergendo questo potere e devi combatterlo, devi essere in grado mobilitarti, devi essere in grado di affrontare dei rischi, devi essere in grado di soffrire: cioè devi avere tutte quelle caratteristiche che Machiavelli compendia sotto il nome “virtù”. Devi avere virtù; devi capire che il bene pubblico è più importate del tuo bene individuale; devi capire cioè che il tuo bene individuale, la libertà, muore se muore la libertà della città. Sta tutto qui il ragionamento: si deve vedere se tu hai dei cittadini veri o de cittadini corrotti.
Machiavelli, che è un realista, vuol dare un esempio di comunità libera, dove le leggi sono più forti dei cittadini e dove tutto questo avviene perché ci sono cittadini virtuosi, forti, e porta un esempio delle città tedesche. Un un esempio di come i cittadini di queste pagano le tasse. E scrive: “e che sia vero che in loro regni buona parte di quella antica bontà io ne voglio dare un esempio. Usano quelle repubbliche quando gli occorre loro bisogno avere a spendere alcuna quantità di denari per conto pubblico i magistrati chiamano i cittadini in piazza e fanno la deliberazione che ciascuno dia ai riscotitori -cioè agli incaricati di raccogliere i soldi- la cifra convenuta. E quelli -scrive Machiavelli- sotto giuramento, pagano e gettano in una cassa a ciò deputata quello che secondo la coscienza sua gli pare di dover pagare, del quale pagamento non è testimone alcun se non quello che paga, donde si può congetturare quanta bontà e quanta religione sia ancora in quegli uomini“.
Ecco, questi sono i cittadini per Machiavelli. Questi sono liberi, e sono liberi proprio perché rispondono alla loro coscienza: questo teorico elogia i popoli fatti da cittadini che fanno il loro dovere secondo la propria coscienza.


martedì 26 dicembre 2017

Una tenda in riva al Po






Sono trascorci dieci anni dalla ristampa del libro di L. Salvini.
La copertina qui riprodotta non fu utilizzata per lasciare posto a quella più nota che accompagna i racconti dei protagonisti nell'isola del Balotin.



lunedì 20 novembre 2017

Riprendere fiato



Riprendere fiato



Nonsenso

 Ogni giorno mi affaccio tra naviganti precari, lungo strade intristite di passeggeri per caso, messi alla prova nelle sintassi e negli atti dei governi di questo Paese plurimo, gioioso e spettacolare insieme. Questi nonsensi si spostano, contaminano e stravolgono le cittadinanze, alimentano le dispute interessate che precipitano nell’atarassia, nel vuoto. Che si riempie solo quando si evidenziano le bellezze esistenti, le solidali umanità tra le genti.



Barbara

 Dovresti sapere, amico mio, che sono frequenti questi passaggi, queste strettoie nella storia: sospensioni della razionalità praticata e conosciuta, poiché servono o  dovrebbero servire per riprendere fiato, rendere forte il desiderio possente che abbiamo della ricerca e della conoscenza.
Le nostre miserie innumerevoli, da tutti patite in questi anni sciagurati, sono vaccini per guarire dalle contagiose infezioni, dalle false e soffocanti aspettative propinateci. E’ quindi necessario fuggire dal malvagio pensiero e riprendere nelle nostre mani il respiro salutare che ci fa riconoscere le parole rubate e saccheggiate.


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Barbara aveva deciso di sposare Tullio in quell’estate lontana. Era l’anno 1980 o giù di lì e si festeggiava, a Grizzana, l’estate con la gente del luogo e i turisti affezionati. Fu lei a organizzare l’evento in compagnia di Pino Domestico, suo assistente per l’occasione. Lui, il promesso sposo, lo apprese casualmente nel bosco di querce, mentre cercava funghi con Emilio.
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Ora aspettava gli amici a Monte Acuto per le giornate culinarie serali. Avrebbero parlato dell’anno in arrivo, delle elezioni imminenti, dei gatti siamesi di Silvia e dei comici in arrivo.
In piazza Cavour, ad Adria, Arduino ed Enea amabilmente chiacchieravano sulle cose del mondo, com’erano soliti a fare. 


Arduino

Non sopporto le donne saputelle, quasi sagge, timidamente persuasive. Pensa che questa signora dell’Appennino bolognese, nostra concittadina, lascia scivolare affermazioni tortuose, complicate sulla crisi che aleggia ancora, e noi qui a ragionare della nostra quotidiana esistenza a romperci l'anima nella cacca quotidiana.
Comprendi allora, Enea, perché il senatore la chiama, sghignazzando, preveggente. E’ quell’alone che si porta con sé che contagia il nostro amico Tullio.



Enea

Arduino, dai, non è così e tu lo sai. Proviene dall’est, dalla Polonia e lì molte cose sono avvenute nei secoli lontani che neppure t’immagini, caro mio. Non solo ci fu il comunismo sovietico, pure l’ebraismo si diffuse con le sue diversità e curiose peculiarità negli anni più lontani. Lei esprime un pensiero diverso, inconsueto, a volte spiazzante.

Arduino

Lascia perdere queste mezze fandonie. Oggi attendiamo che la barca si raddrizzi perché sott’acqua rischiamo d’affogare, mio caro, ed io sono incazzato molto di continuare a respirare con la cannuccia, quella delle bibite estive, che questi merdosi ci offrono per non annegare. Tu almeno sei in pensione, mentre io navigo con la posta, casa per casa, imprecando in solitudine.

 
Enea

Non divagare, ma fermati a questo tempo compresso, incapace di distendersi e respirare. Concentrati con attenzione e ragiona con freddezza.


Arduino

 Non ti capisco, stamani sembri un filosofo bollito.


Nel Comune di Grizzana M. Emilio prepara il nuovo farro da portare al mercato a Bologna e sogna il suo passato, le mutazioni succedutesi e il mulino laborioso del padre, con le stagioni colorate che si rincorrevano gioiose.
“Ai bambini piace il farro soffiato, ricorda il pop corn."

Era questo che pensava.


giovedì 25 maggio 2017

Il Novecento che vive tra noi





Il sole di maggio riscaldava i tepori degli animi intristiti. Illuminava le strade del nostro quotidiano viaggiare. Tullio pensava a questo, ripercorrendo le consuete vie cittadine, incrociando volti noti e sconosciuti insieme.
Occhieggiava i risultati delle Primarie polesane, traendone insegnamenti preziosi. Nulla, infatti, si può prevedere in assoluto: questo era il suo primo ragionamento sul nuovo segretario del Pd. Apparentemente vincitore nella contesa democratica all’interno del suo partito.
Il compito di Renzi gli appariva, infatti, assai faticoso e nuovo poiché doveva spegnare le eccessive conflittualità che erano traslocate all’esterno, nella frazione di Bersani e D’Alema, cercando nello stesso tempo di mantenere il dibattito nel Centro Sinistra su un terreno fertile, evitando che i demoni distruttivi penetrassero in profondità nella dialettica e nel confronto politico. Soprattutto con quella parte ragionevole della Sinistra che Pisapia cercava di rianimare e rafforzare.
Doveva perciò lavorare per una nuova legge elettorale coerente con questo indirizzo, in un equilibrio non facile che accontentasse possibilmente uno schieramento vasto, riducendo in modo rilevante il vizio del voto proporzionale con un premio alla lista, poiché non era maturo quello della coalizione. Assai numerosi erano, infatti, i vocaboli infuocati che viaggiavano nell’area burrascosa dei movimenti e delle fazioni delle Sinistre, divise pure tra loro e in competizione.
Era necessario, pertanto, esautorare molte parole ed espressioni a lui care, e aprire una collaborazione con una nuova sintassi aperta, chiara e autorevole, evitando però ”di fare professione di buono in tutte le sue parti”  perché rovinerebbe inevitabilmente “in mezzo ai tanti che non sono buoni affatto.”

Oltre le Alpi, la Francia e i suoi cittadini desideravano con ardore essere salvati dalle avventure dei disfattisti, degli astiosi e degli sfiduciati: cercavano persone che li facessero transitare fuori dal Novecento. Che vive e sospira tra noi. Ancora in tante parti inesplorato.
Forse poteva essere Macron con i suoi a ricucire le lacerazioni nella società francese.



Nella città, decapitata dei suoi tigli in piazza Cavuor, cittadini assetati dell’estate si esibivano lungo il Corso in ciabatte infradito, in corte braghette colorate, quasi felici di mostrare le loro fattezze e, tra una sosta e l’altra, cercavano una nuova postura; discutevano senza grandi passioni sul disordine politico arrivato. Reso evidente.