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giovedì 25 maggio 2017

Il Novecento che vive tra noi





Il sole di maggio riscaldava i tepori degli animi intristiti. Illuminava le strade del nostro quotidiano viaggiare. Tullio pensava a questo, ripercorrendo le consuete vie cittadine, incrociando volti noti e sconosciuti insieme.
Occhieggiava i risultati delle Primarie polesane, traendone insegnamenti preziosi. Nulla, infatti, si può prevedere in assoluto: questo era il suo primo ragionamento sul nuovo segretario del Pd. Apparentemente vincitore nella contesa democratica all’interno del suo partito.
Il compito di Renzi gli appariva, infatti, assai faticoso e nuovo poiché doveva spegnare le eccessive conflittualità che erano traslocate all’esterno, nella frazione di Bersani e D’Alema, cercando nello stesso tempo di mantenere il dibattito nel Centro Sinistra su un terreno fertile, evitando che i demoni distruttivi penetrassero in profondità nella dialettica e nel confronto politico. Soprattutto con quella parte ragionevole della Sinistra che Pisapia cercava di rianimare e rafforzare.
Doveva perciò lavorare per una nuova legge elettorale coerente con questo indirizzo, in un equilibrio non facile che accontentasse possibilmente uno schieramento vasto, riducendo in modo rilevante il vizio del voto proporzionale con un premio alla lista, poiché non era maturo quello della coalizione. Assai numerosi erano, infatti, i vocaboli infuocati che viaggiavano nell’area burrascosa dei movimenti e delle fazioni delle Sinistre, divise pure tra loro e in competizione.
Era necessario, pertanto, esautorare molte parole ed espressioni a lui care, e aprire una collaborazione con una nuova sintassi aperta, chiara e autorevole, evitando però ”di fare professione di buono in tutte le sue parti”  perché rovinerebbe inevitabilmente “in mezzo ai tanti che non sono buoni affatto.”

Oltre le Alpi, la Francia e i suoi cittadini desideravano con ardore essere salvati dalle avventure dei disfattisti, degli astiosi e degli sfiduciati: cercavano persone che li facessero transitare fuori dal Novecento. Che vive e sospira tra noi. Ancora in tante parti inesplorato.
Forse poteva essere Macron con i suoi a ricucire le lacerazioni nella società francese.



Nella città, decapitata dei suoi tigli in piazza Cavuor, cittadini assetati dell’estate si esibivano lungo il Corso in ciabatte infradito, in corte braghette colorate, quasi felici di mostrare le loro fattezze e, tra una sosta e l’altra, cercavano una nuova postura; discutevano senza grandi passioni sul disordine politico arrivato. Reso evidente.


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