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lunedì 2 novembre 2009

PASSAGGI

TRASLOCHI





I traslochi sono sofferenze comuni nella vita degli uomini; si contano in una sola mano e per questo si possono sopportare. Coinvolgono le persone più care, gli amici, i vicini di casa che perdiamo, l’ambiente che ci circonda con i suoi innumerevoli colori e odori.
Lasciamo emozioni, ricordi e c’incamminiamo con i nostri bagagli in posti nuovi, a volte lontani dal territorio nel quale siamo cresciuti.
Nella nuova casa gli oggetti portati con noi ci consolano nella tristezza patita; fanno di tutto per farci sorridere, si nascondono dentro scatoloni pesanti, avvolti con la carta di giornale e poi improvvisamente ci appaiono.
Nella nuova residenza riprendiamo lentamente il gioco della vita; ci ritagliamo spazi diversi con altra gente, non dimenticando mai i luoghi lasciati.
A volte capita che festeggiamo la nuova abitazione, i suoi muri, gli spazi sconosciuti che attorniano il luogo nel quale andremo ad abitare; se c’è il verde, giardino o altro, ci sembra tutto perfetto. La tristezza viene messa da parte, confinata in qualche luogo del nostro pensiero gioioso.

La politica conosce da sempre questi passaggi, spostamenti da un partito all’altro. Qualcuno li chiama tradimenti; altri usano terminologie diverse per spiegare queste transumanze.
Si abbandona da soli o in gruppo il proprio sito politico e si valuta bene i vantaggi che arriveranno, se tutto procederà bene. A volte si sbaglia, si commettono errori nel valutare la nuova abitazione; si pretendono sistemazioni adeguate al rango che prima si ricopriva: un ex senatore quanto può valere nel nuovo partito? Una schiera di sostenitori quanto pesa? Poi tutto si accomoda e i generali diventano caporali di giornata con un’altra bandiera, sotto la benevola guida di qualche capo corrente di turno. Dà piacere essere ancora dentro il potere della politica, provare la sensazione di non essere fuori dal gioco.
Alcuni fingono di poter fare ancora carriera con i nuovi scudetti appiccicati alla giacca e ostentano sicurezza ai loro elettori, stupiti di tanta disinvoltura, di così veloce cambiamento. Chiamano questo “mettersi a disposizione”, rendersi utile nel nuovo soggetto politico, termine roboante, che produce, credono, effetto sicuro tra la gente, smaliziata però da questi sotterfugi.
Il partito accogliente gestisce l’operazione con benevola attenzione, promuovendo, quando occorre, incontri con la stampa, tracciando un profilo del nuovo arrivato e dei suoi fedeli seguaci. In altri casi ci si limita ad un incontro fugace nella sezione del circolo, con pasticcini e analcolici vari. Sistemare i nuovi arrivati richiede esperienza, accortezza e una buona dose di pragmatismo. Per questo ci sono gli ufficiali di rango che lavorano con le loro avvedutezze acquisite. In alcuni casi l’operazione non riesce e si ricorre allora a chi ne sa di più, coloro che guidano la struttura superiore; e si spera che così tutto si accomodi.
Il trasloco procede in tal modo, per accontentare gli uni e gli altri.
Ci sono poi altri passaggi all’interno di una stessa forza politica, ma questa è un’altra storia, legata alle dinamiche di potere che s’intrecciano con le vicende elettorali e con i congressi di partito. E’ quasi impossibile capire veramente le mutazioni dei pensieri dei diversi protagonisti, ciò che è il frutto di un sincero convincimento e quella che è invece una pura metamorfosi dettata da inconfessabili aspirazioni. La letteratura in proposito non lascia scampo: prevale ampiamente la seconda, la mutazione repentina per interessi dichiarati.
Per questo i politici, nella considerazione generale dei cittadini, risultano sempre gli ultimi tra le diverse categorie e professioni.

G.F.

1 commento:

  1. Caro Gianni,
    hai toccato, forse, il nervo dolente (o uno dei nervi dolenti) della politica di rappresentanza. Sai bene che ha una storia lunga e di tutto rispetto il concetto secondo il quale la volontà politica non si può rappresentare.Se quello che scrivi è vero, come ognuno di noi può verificare, allora si tratta di assegnare alla politica obiettivi diversi dai soliti: non più indicazioni date dai cosiddetti rappresentanti e da seguire per il "bene comune" (affermazione, sappiamo bene, assolutamente spudorata), bensì assegnandole il compito di dare alla persona la sua soluzione dei suoi problemi affinchè sia la persona stessa a fare la politica. Perché non sono i discorsi che fanno la politica, non sono le leggi che ne indicano la concretezza. Stabilite le regole, è la persona che si arrabatta che fa della politica. L'insieme di quelle persone fanno la politica.
    [Sono meno certo del fatto che occorra superare lo Stato, la nazione e le altre balle che ci legano la testa; che occorra concepire una comunità che sia mutevole nel suo divenire e nella sua composizione].
    Ma è certo che è facile dire, ma meno facile trovare la soluzione. Però, intanto, cominciamo a pensarci.

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