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giovedì 30 settembre 2010

Adria: settembre –

 La transizione scorre..




L’anno in corso ci ha scodellato pietanze indigeste, disgustose, nonostante la nostra fiera avversione al trito rituale delle politiche mediocri e irresponsabili. Sembrerebbe un tempo da buttare questo del 2010. Irrecuperabile neppure come raccolta differenziata. Da cancellare quindi dai ricordi. Invece, se lo scrutiamo attentamente, potremo vedere piccoli bagliori sprizzare qua e là, nonostante l’invasiva presenza nelle menti del soporifero e ingannevole potere mediatico.
Sono queste scintille di gioie rimandate a farci assaporare le tracce sottili dei cambiamenti. Lenti, ma inarrestabili. Certo, le gerontocrazie distribuite nelle segreterie di tutti i partiti s’impegnano assiduamente a mantenere le loro roccaforti nei vasti territori del Paese. S’aiutano con giovani compiacenti, attratti dai luccichii del potere evanescente.
Lo scorrere del tempo non può risparmiare nessuno. Nemmeno i despoti sono esenti da questo stato naturale. Apprendiamo così da Fini, coofondatore per caso, che il Pdl non c’è più, non c’è mai stato. Evaporato in questi due anni sofferti. C’è solo il predellino del Cavaliere, tragico nella sua quotidiana battaglia contro il dolce scorrere del tempo.
Terrorizzato dalla sua Samarcanda, l’incontro con la morte che tutti ci unisce,  non sa più dove aggrapparsi.
I tripudi degli uomini del Partito dell’amore si trovano ora spiazzati. Non s’accorgono che recitano una parte inesistente, scomparsa dal canovaccio del vecchietto di Arcore. Non lo sanno. Spaventati orrendamente, temono crisi di astinenze impossibili da sanare.
Il  gemello Bossi, impavido guascone, si pavoneggia spavaldo, borbottando frasi che nessuno sa più decifrare. I suoi, sorridendo nelle tv del magnate, si preparano ad incassare qualche dividendo politico. Dell’orrenda  fine nessuno osa pensare. Credono al magico rito dell’ampolla inquinata del Fiume fatato. Fingono, come navigati e consumati uomini di partito.

La città di Adira, con il suo museo e le sue dotte carte, sembra ignorare l’esercizio mediocre della sua Giunta, indaffarata a preparare trucchetti a sé stessa. Con il verde pubblico saccheggiato qua e là e gli scostumati comportamenti del suo “sindaco per caso”. Il quale mensilmente s’affaccia sulla stampa locale, ignaro delle sciocchezze che lascia libere di vagare nel territorio. Non si scompone, quando viene invitato dai sindacati a prendersi cura della Casa di Riposo e dei loro ospiti. Né riflette sulle manchevolezze della sua compagine, sempre più agitata al suo interno. Seraficamente annuncia sulle gazzette locali che “Da 25 anni egli si dedica alla nostra città.” Per ricordare a noi tutti la sua costante abnegazione, quasi ce la fossimo dimenticata. Dovremo forse essergli grati delle innumerevoli attività da lui svolte a favore di tutti noi?
Confessiamo turbati la nostra ignoranza. Non sappiamo a che cosa si riferisca. Alle corse sportive? Alle serate d’estate, finanziate con i soldi pubblici e da lui gestite? Qualcosa ci è sfuggito di questo nostro concittadino, sindaco paracadutato. Principalmente per meriti altrui.
Di sera la noia ci prende quando questo cinquantenne, scolaro disciplinato di Coppola e Mainardi, afferma “Pensavo fosse più semplice gestire questo ruolo.” Fare il sindaco cioè. Ha impiegato solamente un anno per capire questo.
Ora lo attende una prova difficile: sopravvivere a se stesso.
Le opposizioni, meravigliate di così poca grazia, non sanno darsi pace d’essere ancora imbalsamate a contemplarsi e provano a dialogare tra loro sottovoce. Sulla cultura, la scuola, sul verde oltraggiato e cercano cittadini scomparsi. Fuoriusciti dalle attrazioni fasulle delle politiche logorate e indigeste.
La transizione lentamente scorre imperturbabile.

Giovanni Ferro

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