Terminata
la sede vacante con l’elezione stupefacente, il mese terzo dell’anno spavaldo e
imprevedibile si è fatto infilzare da plurimi e mutevoli fenomeni
meteorologici: il freddo vento e la nave a bassa quota. Di pianura.
Benedetto
dal papa nuovo Francesco ha voluto in tal modo festeggiare il tempo della
Resurrezione che sempre arriva. Dopo le sue dolorose passioni.
La
politica che a tutti fa bene sta macinando le ore, in queste ultime giornate di
marzo, alla ricerca delle sue perdute radici. Coltiva il tempo che stride con
le urgenze proclamate e conosciute. In attesa di nuove occasioni; di
opportunità che facciano sognare.
Il
megafono multiforme, accigliato, grasso, con gli occhi stralunati, danza
salterellando nei territori dei linguaggi a lui conosciuti, improvvisando il
suo canovaccio abusato: la demolizione dell’altro. Qualunque esso sia. Annienta
prima se stesso per demolire gli animi e le speranze dei cittadini ignari,
frastornati. Irriconoscibile.
Non
possiede una meta, un obiettivo credibile; non indica percorsi solidali per una
pausa di riflessione. Tutto ciò che è fuori di lui è nemico; egli necessita di
obbedienza assoluta.
Il
tempo dei politici scaduti l’ha portato qui da noi, nella comune ricerca del
bene e della Resurrezione. Con gli altri e lui lo sa.
Va
quindi aiutato a ritrovare l’animo suo per evitare il tormento che lo rode, la
smania demolitrice.
Lo
chiamano Grillo, Beppe per i suoi adepti e non ha nulla a che vedere con
l’altro, quello di Pinocchio elargitore di saggezza.
Riviera
S. Andrea si specchia alla mattina nella sua omonima Riviera Campanina,
chiassosa e gentile, separata dal canale che le abbraccia entrambe. Insieme
ascoltano i rumori dei passi e dei sospiri dei cittadini, soprattutto dei più
giovani e degli anziani che passano di lì.
Che parlano e discutono, mentre tutt’intorno scorrono le ore diverse,
lunghe e interminabili per alcuni, rapide e troppo veloci per altri.
Tullio
amava passeggiare alla sera lungo la riviera, quella che prosegue fino ad
acciuffare le vie Squero e Canareggio.
Quante
parole, pensava, vengono usate tra di noi, negli sproloqui d’ogni giorno, al
bar o dentro alle pareti domestiche. Inutili a volte, futili, irritanti.
E
se un giorno qualcuno s’accorgesse di non averne più, di averle tutte
esaurite? Che senso avrebbe la
vita? Sarebbe meglio la morte forse.
Aveva
letto da giovane, in un testo chassidico, che un individuo nasce con un certo
numero stabilito di vocaboli. Quando tutti sono stati pronunciati l’individuo
lascia la vita. Muore.
Sembrava
un crudele insegnamento, riferito soprattutto ai giocolieri degli spettacoli
televisivi, alle vuote affermazioni della politica ingannatrice, partigiana e
ad altri ancora.
Il
rabbi sicuramente voleva mettere in guardia tutti coloro che in modo
scriteriato sprecano le parole e offendono il loro potere.
-
Sei in ritardo anche stasera Tullio. Quante parole hai macinato al bar con gli
amici? Rilassati ora lascia che la crisi abbia il suo corso.
-
Ti stai sbagliando mia cara, ho solo ascoltato il senatore, quello che ama di
più conversare.
Egli sapeva però che non poteva ingannarla. Che diceva il vero.
Egli sapeva però che non poteva ingannarla. Che diceva il vero.
Ne
era sicurissimo da tempo. Da molto tempo.
gf
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