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sabato 30 marzo 2013

Terminata la sede vacante








Terminata la sede vacante con l’elezione stupefacente, il mese terzo dell’anno spavaldo e imprevedibile si è fatto infilzare da plurimi e mutevoli fenomeni meteorologici: il freddo vento e la nave a bassa quota. Di pianura.
Benedetto dal papa nuovo Francesco ha voluto in tal modo festeggiare il tempo della Resurrezione che sempre arriva. Dopo le sue dolorose passioni.
La politica che a tutti fa bene sta macinando le ore, in queste ultime giornate di marzo, alla ricerca delle sue perdute radici. Coltiva il tempo che stride con le urgenze proclamate e conosciute. In attesa di nuove occasioni; di opportunità che facciano sognare.

Il megafono multiforme, accigliato, grasso, con gli occhi stralunati, danza salterellando nei territori dei linguaggi a lui conosciuti, improvvisando il suo canovaccio abusato: la demolizione dell’altro. Qualunque esso sia. Annienta prima se stesso per demolire gli animi e le speranze dei cittadini ignari, frastornati. Irriconoscibile.
Non possiede una meta, un obiettivo credibile; non indica percorsi solidali per una pausa di riflessione. Tutto ciò che è fuori di lui è nemico; egli necessita di obbedienza assoluta.
Il tempo dei politici scaduti l’ha portato qui da noi, nella comune ricerca del bene e della Resurrezione. Con gli altri e lui lo sa.
Va quindi aiutato a ritrovare l’animo suo per evitare il tormento che lo rode, la smania demolitrice.
Lo chiamano Grillo, Beppe per i suoi adepti e non ha nulla a che vedere con l’altro, quello di Pinocchio elargitore di saggezza.

Riviera S. Andrea si specchia alla mattina nella sua omonima Riviera Campanina, chiassosa e gentile, separata dal canale che le abbraccia entrambe. Insieme ascoltano i rumori dei passi e dei sospiri dei cittadini, soprattutto dei più giovani e degli anziani che passano di lì.  Che parlano e discutono, mentre tutt’intorno scorrono le ore diverse, lunghe e interminabili per alcuni, rapide e troppo veloci per altri.
Tullio amava passeggiare alla sera lungo la riviera, quella che prosegue fino ad acciuffare le vie Squero e Canareggio. 
Quante parole, pensava, vengono usate tra di noi, negli sproloqui d’ogni giorno, al bar o dentro alle pareti domestiche. Inutili a volte, futili, irritanti.
E se un giorno qualcuno s’accorgesse di non averne più, di averle tutte esaurite?  Che senso avrebbe la vita?  Sarebbe meglio la morte forse.
Aveva letto da giovane, in un testo chassidico, che un individuo nasce con un certo numero stabilito di vocaboli. Quando tutti sono stati pronunciati l’individuo lascia la vita. Muore.
Sembrava un crudele insegnamento, riferito soprattutto ai giocolieri degli spettacoli televisivi, alle vuote affermazioni della politica ingannatrice, partigiana e ad altri ancora.
Il rabbi sicuramente voleva mettere in guardia tutti coloro che in modo scriteriato sprecano le parole e offendono il loro potere.

- Sei in ritardo anche stasera Tullio. Quante parole hai macinato al bar con gli amici? Rilassati ora lascia che la crisi abbia il suo corso.
- Ti stai sbagliando mia cara, ho solo ascoltato il senatore, quello che ama di più  conversare.
Egli sapeva però che non poteva ingannarla. Che diceva il vero.
Ne era sicurissimo da tempo. Da molto tempo.

gf

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