Trattato di Dublino
Il
Contesto intrigante e sfacciato
Le mutazioni del tempo che passeggiano insieme a noi, che ci
sorreggono, accelerano e comprimono il nostro comune percepire, intaccano
sovente gli accadimenti, le relazioni profonde e curiose con i contesti che ci
danzano attorno inaspettatamente, intriganti e sfacciati, difficili da
dipanare.
Ciò che prima appariva confacente, utile, subisce con nostra meraviglia mutazione profonda, che disorienta.
Le leggi sovente sono le forme più spettacolari di questi smottamenti: il loro essere baluardo della comune convivenza e della loro insita precarietà nel cammino sociale.
Il Trattato di Dublino, pena e sofferenza per l’Unione Europea, è un esempio pittoresco, un rottame difficile da estirpare, impossibile da gestire, poiché i suoi contenuti ora lacerano coscienze e convinzioni, ritenute inattaccabili e fruttuose fino a poco tempo fa.
Le paure delle mutazioni, il senso di un’identità minacciata e le assenze di ciò che rassicurava portano oggi disagio e sconcerto. Eppure in questo tumultuoso procedere è indispensabile prendere per mano il nostro destino, consapevoli che non esiste una soluzione certa, che l’incognito e le avversità, e tutto ciò che scombina il movimento nel cosmo, solo in parte possono essere da noi governate.
Ci resta sempre, tuttavia, quel sentimento che Leopardi poeticamente ci lasciò nella Ginestra: tenerezza e solidarietà per gli uomini tutti.
Ciò che prima appariva confacente, utile, subisce con nostra meraviglia mutazione profonda, che disorienta.
Le leggi sovente sono le forme più spettacolari di questi smottamenti: il loro essere baluardo della comune convivenza e della loro insita precarietà nel cammino sociale.
Il Trattato di Dublino, pena e sofferenza per l’Unione Europea, è un esempio pittoresco, un rottame difficile da estirpare, impossibile da gestire, poiché i suoi contenuti ora lacerano coscienze e convinzioni, ritenute inattaccabili e fruttuose fino a poco tempo fa.
Le paure delle mutazioni, il senso di un’identità minacciata e le assenze di ciò che rassicurava portano oggi disagio e sconcerto. Eppure in questo tumultuoso procedere è indispensabile prendere per mano il nostro destino, consapevoli che non esiste una soluzione certa, che l’incognito e le avversità, e tutto ciò che scombina il movimento nel cosmo, solo in parte possono essere da noi governate.
Ci resta sempre, tuttavia, quel sentimento che Leopardi poeticamente ci lasciò nella Ginestra: tenerezza e solidarietà per gli uomini tutti.
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Il pd di Prodi e Veltroni
Terminerà certamente un giorno
questa strana e funambolesca stagione politica di saltimbanchi patetici e
acrobati diversi che si aggrappano impunemente ai vocaboli frastornati per
farli poi roteare nelle piazze sconfinate del web. Non si curano costoro dello
scorrere del tempo, del vivere comune, delle amicizie e degli amori condivisi.
Viviamo già ora oltre i
partiti conosciuti, quelli di nuova e nuovissima formazione e gli altri un poco
più stagionati. Ci sono pure i nuovissimi, venuti recentemente alla luce e
quelli camuffati da movimenti dei cittadini. Navigano tutti in un largo e
profondo presente che si dilata e si restringe alla ricerca di un suo
equilibrio. Che non si trova né qui, né altrove.
I democristiani sopravvissuti e i comunisti, estinti solo nel nome, non sanno ancora interpretare la dialettica del confronto, della responsabilità nelle decisioni democraticamente prese: i primi, abili nelle nicchie correntizie, i secondi turbati dal ricordo del centralismo democratico, dal potere quasi assoluto dei loro segretari. Insieme pasticciano, esagerano nella loro nuova esistenza partitica; non riconoscono il loro matrimonio fallito.
Il Pd di Veltroni e di Prodi era un auspicio, un soffio di speranza, estraneo alla dura realtà che imponeva un diverso percorso per entrambi.
I democristiani sopravvissuti e i comunisti, estinti solo nel nome, non sanno ancora interpretare la dialettica del confronto, della responsabilità nelle decisioni democraticamente prese: i primi, abili nelle nicchie correntizie, i secondi turbati dal ricordo del centralismo democratico, dal potere quasi assoluto dei loro segretari. Insieme pasticciano, esagerano nella loro nuova esistenza partitica; non riconoscono il loro matrimonio fallito.
Il Pd di Veltroni e di Prodi era un auspicio, un soffio di speranza, estraneo alla dura realtà che imponeva un diverso percorso per entrambi.
Lungo il Corso, ad Adria,
Enea rifletteva da solo sulla nuova Amministrazione adriese. Sospirava in
attesa di buone novelle e imprecava contro le faziose cronache delle gazzette
locali.

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