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sabato 14 maggio 2016

L’estate di Tullio








ELEZIONI




Sarebbe andato in montagna sicuramente con lei e poi a scrivere sotto l’ombra degli abeti: a Pino in Liguria, amico di Cecco, ad Arduino ad Adria, indaffarato con i suoi traffici letterari e a Chiara, la giovane amica di casa. Per questo e per altro ancora Tullio coltivava l’estate dentro di sé, illuminando il pensiero con tenerezza.
Ci sarà Berenice con noi e mi divertirò, ne sono certo; allontanerò gli uggiosi pensieri.

Il nuovo sindaco adriese era subito invecchiato, anzi non era mai stato giovane veramente, nemmeno quand’era delegato giovanile del partito democristiano. La sorte e la lenta estinzione del Pci, suo acerrimo avversario nel lontano passato, lo avevano proiettato nell’era digitale, diventando sindaco con grande stupore dell’avvocato Migliorini che lo aveva sostenuto senza troppo clamore per via della solita diceria che lo etichettava come menagramo nelle vicende politiche, soprattutto quelle elettorali.
Il primo sindaco comunista del dopoguerra Spinello lo aveva designato e benedetto, non senza opposizione, applicando il consueto canovaccio, mellifluo e seriale: l’unico che conosceva.
Solo la lista di Barbierato ” Impegno per il Bene comune” aveva ben figurato, accendendo innumerevoli speranze e portando una rappresentanza in Consiglio Comunale.

- Ti piace dormire professore? Stai ancora ripensando al tuo amico arrampicato sui libri di storia locale? Forza, lo sai che dobbiamo uscire insieme, c’è un comizio che ci attende: domenica si vota.
Con poco entusiasmo di tutti, pensava pure lei.
Barbara era sempre impetuosa quando entrava nella camera da letto, come il vento di marzo, e mi trovava impreparato al suo arrivo; non capivo se lo faceva apposta o se invece era così per natura, temperamento.
L’amarezza nel sogno si era svaporata e l’ottimismo della ragione timidamente si faceva strada: sottile e impalpabile. Si domandava chi sarebbe uscito vittorioso dalle urne, ma non sembrava particolarmente interessato dentro di sé, quasi considerasse insignificante questo passaggio elettorale. Ciò lo infastidiva per il suo passato, per la sua storia, per la considerazione che egli nutriva per la politica.

- Lo so cosa stai pensando mio caro Tullio. Da me non saprai nulla del voto. Chiedilo, se vuoi, a Berenice. Ciò che ti turba non svanirà rapidamente.
Nel frattempo le parole arruolate nelle schiere partitiche si erano attrezzate; qualcuna, però, era già pronta per i consueti sgambetti ai cronisti locali; altre con sarcasmo scommettevano tra loro chi sarebbe stato beffato, chi insultato con grazia.

Lungo il Corso le giovani ragazze sbirciavano le vetrine primaverili e sorridevano alla vita, mentre i bimbi a passeggio con le loro insegnanti riempivano l’aria di suoni e di sorrisi e si mescolavano insieme con la gente per strada.
Arduino, al bar con Enea, contava le liste e i candidati, sforzandosi d’essere ottimista, sotto lo sguardo imperterrito dell’amico, sferzante e impietoso come sempre.

- Sai che ti dico Arduino, a me sembra quasi un dono inaspettato questa lista, questo movimento di persone in movimento; da tempo presenti nella città e nel territorio: dovremmo ringraziare Omar perché ci offre l’opportunità di un voto dignitoso. Non lo credi anche tu?
- Credo che tu dica il vero. Anche a me sembra così. Non so dopo cosa accadrà al ballottaggio.
Enea lo guardava perplesso e pensieroso, mentre l’altro sorseggiava il suo thé.
- Festeggeremo la vittoria in ogni caso. Questa è la mia idea.

giovedì 21 gennaio 2016

Il refuso gratificato



Deuzia rosa


Gli errori nella scrittura vengono comunemente chiamati refusi, se sono frutti solamente della pura disattenzione di chi scrive. A volte di loro ce ne accorgiamo tardi, quando non è più possibile porvi rimedio. Penso a una mail spedita o a una lettera arrivata già a destinazione.
Loro deliziano la nostra comune esistenza: ci fanno soffrire, arrivano e partono inaspettati, un po’ dispettosi, quasi per gioco. E’ impossibile fermarli. Vogliono forse metterci alla prova, in questi tempi di analfabetismo dichiarato.
Ritengo, tuttavia, che ricerchino la nostra affettuosa compagnia, desiderosi di uscire dalla solitudine dei segni addormentati, in pausa perenne.
Così riflettevo, l’altro ieri, sul vocabolo imperfetto, spedito, ahimè, in spazi e luoghi lontani. Abellito, avevo scritto con il pc e, clic, era partito pure lui con tutti gli altri suoi simili nel web sconfinato, facendomi quasi l’occhiolino. L’ho guardato vicino al suo sostantivo e ho sorriso tra me. Che coppia perfetta, pensavo.
Dopo ho voluto fare la stampa di quello che avevo scritto prima e ho scoperto così il mio refuso birichino. Bello, sottile, senza la lettera b. Riflettevo sui destinatari: se ne sarebbero accorti? Sicuramente, non avevo dubbi.
Abbellire senza una b è un po’ impoverirne il significato, sminuirlo della sua carica dirompente. Non era carino. Forse il vocabolo se la prenderà con me, collocandomi per dispetto tra le vaste schiere dei malfattori grammaticali. Pazienza.
Subito dopo mi sono rattristato per il sostantivo alleggerito e non sapevo come consolarlo. Volevo persino spedire un nuovo messaggio con il solo termine corretto, abbellito; ho pensato tuttavia che non era serio. Stai esagerando, mi son detto, non puoi comportarti così.
Allora ho provato ad aggiungere una doppia b alla parola che avevo presso di me. Abbbellito con tre bi sembrava una giusta ricompensa al sostantivo defraudato.
Ti sentirai sicuramente meglio amico mio. Lo so, è un nuovo refuso, ma credimi, ti farà compagnia; farai bella figura così abbondante e chiassoso. Ne sono certo.
Ho spento il portatile, senza dimenticare di salvare il mio affettuoso errore.
Negli spazi infiniti della comunicazione non si sentirà più solo e incompreso tra le moltitudini di suoi simili.




giovedì 15 ottobre 2015

La Repubblica Tamisiana di Bosgattia



 





  


Da “Primitivi nella civiltà”
di Mila Contini


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Nell’estate del 1945 nasceva, in riva al Po a Panarella di Papozze, uno strano campeggio, come lo definì Mila Contini, giovane giornalista, in un articolo dell’aprile del 1955, apparso sul mensile milanese “ARIA APERTA”. Era l’unica donna ammessa alla vita della Repubblica di Luigi Salvini, suo fondatore.
Si ricordava il decimo anno della nascita di questa Repubblica popolare maschile, dove le donne ne erano escluse, “eccetto i ginepotami che superano speciali prove sportive e le appartenenti al Corpo Diplomatico e consolare all’estero”.
Grande spazio fu dato dal giornale al Professore nell’articolo “Storia e la leggenda di un popolo felice”.
Sono strascorsi 70 anni e ancora molti ricordano quel periodo straordinario di una Comunità fantasiosa e libera che si ritrovava ogni estate nell’isola del Balotin fino al 1956.

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adrianellemutazioni.blogspot.com

giovedì 1 ottobre 2015

L'eccentrico liberale

Nella città le effimere certezze si confondono tra loro, ignorano il domani e contagiano i cittadini infreddoliti nel pensiero vagante; cercano qualche pertugio, sentiero, per riprendere fiato, per non darsi per vinte.

L’avvocato eccentrico e liberale, considerato portatore seriale di sfortune elettorali, soprattutto dalla Destra locale e non solo, ha fustigato, nel giorno festivo passato, l’avventura intrigante bobbiana, di Bobo, che guida la sua maggioranza nella nobile città di Adria, rifilandogli errori pacchiani nella conduzione esangue della sua Amministrazione, mescolando il sacro e il profano con suor Elisa Andreoli, traslocata per nobili e degni principi a Rovigo.
Eppure, in queste ultime ripetizioni sciatte e maldestre della Giunta adriese, il liberale fantasioso, memore di quella sua gustosa invenzione, l’assessorato alla felicità, che provocò turbamento nel Pd spinelliano e accese, nel 2007, un cinguettio con Rifondazione Comunista, dovrebbe in questi tempi faticosi liberare i luccichii del godimento inabissato, sepolto dai mugugni blasfemi e ben educati provenienti da più parti. Il successo sarebbe garantito, se lo facesse, con i ringraziamenti del governo renziano.
Tuttavia per accendere la speranza sarebbe necessario arruolare altra gente, non certo il confuso Mainardi, naufragato e sperduto in una terra senza speranza alcuna per lui; non altri a lui vicino, obbligati a inventarsi nuove strategie per smarcarsi dalle Destre tristi nei loro disordinati schiamazzi.
Il territorio, però, non lo consente, né i partiti presenti e neppure i sostenitori del Pd, infatuati del loro segretario nazionale accidentalmente precipitato tra noi. Costoro, infatti, sono mobilitati a separarsi di frequente, provando poi a ricongiungersi di nuovo provvisoriamente per un vizio esagerato, congenito, ingigantito, dopo la fine del centralismo democratico nel loro nuovo profilo aperto e liberale, estraneo agli unanimismi; mentre altri della Ditta bersaniana, ex democristiani per lo più, esercitano serenamente la pratica delle vagabonde correnti, senza patemi alcuni, stagionati alle zuffe, ai sotterfugi e agli accordi mutabilissimi.
E’ il nuovo Pd che marcia trionfante, che mastica le ore per riacciuffare il tempo perduto. In attesa della fermata, dell’assestamento.

A Bottrighe, nel frattempo, la corte di Bergo ha iniziato da alcuni giorni il consueto ripasso dei temi amministrativi, in vista dell’elezione prossima municipale. Rafforzata questa volta da uno specialista ritrovato a fatica nella frazione vicina di Bellombra, nascosto a più, girovago nelle campagne, ignorato da tempo dalla sua tribù. Un altro si è aggregato poi da Ca’ Emo, fucina di consiglieri comunali, portando allegria tra i sostenitori della lista bottrigana che verrà.
Pure il medico Giovanni, tra una visita e l’altra, un chiacchiericcio e una telefonata, ha iniziato da casa sua, ad Adria, a sondare tutte le alleanze possibili, costituendo gruppi di lavoro sparsi lungo le case arginali del Po e al confine con Papozze: è il suo destino quello di mettere insieme pensieri e azioni condivise soprattutto da lui. Non c’è, infatti, conflitto e frattura tra le sue file, inimicizie, gelosie: tutto procede in armonia Il canovaccio lo conosce a memoria da tempo immemore.
Infine vanno ricordati alcuni frammenti della sinistra disseminati nei luoghi più impensati: al  civico numero 52, nei bar onnipresenti, in qualche garage di periferia
Recentemente alcuni di loro, di Sel, s’erano spaventati, inquietati, avendo appreso che Vendola desiderava sposarsi e andare a vivere in Canada. Poi tutto svanì, e Mirco tirò un sospiro di sollievo, mentre il medico dermatologo Gennaro si preparava all’ennesimo trasloco. Tra le stelle grilline.

Al teatro Ferrini Barbara rifletteva sulle sorti delle città di Calvino. Non poteva ignorare ciò che un giorno il Rabbi Chaim ebbe a dire durante il mese del perdono: impegnarsi nella “riparazione del mondo” in atti pubblici che aiutino l’umanità nel perseguire la giustizia e la compassione.

giovedì 20 agosto 2015

Il mio ricordo di IVO Bergamasco

L'isola del Balotin

























Conobbi Ivo Bergamasco nell’estate del 2006; gli telefonai chiedendogli se era interessato a collaborare con Amministrazione C. per ricordare la figura del prof. L. Salvini, amico e fondatore della Repubblica Tamisiana di Bosgattia. Fu entusiasta e accettò subito d’impegnarsi in questa iniziativa, lui, andropotamo, partecipe di quella lontana esperienza nell’isola del Balotin.

Propose subito di spostare l’iniziativa programmata nell’anno successivo, nel cinquantesimo dalla morte del professore.

La ristampa del libro “Una tenda in riva al Po”, introvabile da tanto tempo, e le altre iniziative programmate trovarono, quindi, una nuova collocazione temporale.

Gentile e pieno di proposte coinvolse subito i figli di Salvini, dando inizio a una quotidiana collaborazione con il mio ufficio di assessore, al terzo piano del palazzo municipale di Adria. Fotocopiò vecchi articoli di quotidiani e riviste del passato che lui possedeva per essere poi catalogati per l’evento programmato nel maggio del 2007.

Fu un momento di grande gioia quando la mostra venne inaugurata dal sindaco Lodo e il libro ristampato.

Quando ci ritrovavamo a casa sua, negli anni successivi, i suoi occhi azzurri s’illuminavano sempre nel ricordo delle estati trascorse nell’isola, di quella intensità di vita e di umane relazioni che ancora palpitavano dentro di lui.




Gianni Ferro