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domenica 1 luglio 2018

Adria - IL SINDACO NUOVO








Una piccola ma importante rivoluzione è sbocciata nella città di Adria, dopo alcuni anni di gestazione e preparazione nel territorio comunale, lasciando stupiti tanti e diversi cittadini, per età e provenienza sociale.

Consumate le acrobazie funambolesche di un ex funzionario di partito, Spinello, e di un commerciante, Bobo, sindaco in-colto nell’uso della politica che gratifica e rende la vita migliore, è arrivato, dopo alcuni anni di apprendistato, la sorpresa Barbierato con la sua lista civica.
La città attende ora con fiducia che i nuovi Amministratori s’impegnino con onestà e trasparenza per il benessere comune, in condivisione, nei modi previsti dalle leggi vigenti, affinché nessuno possa sentirsi escluso.
E’ questa una grande responsabilità che si sono assunti coloro che hanno vinto clamorosamente le elezioni e che cercheranno di onorare il voto ricevuto generosamente.
Com’è noto nella fase iniziale, denominata festosamente luna di miele, prevarranno le indulgenze, specie per questa nuova formazione politica; successivamente il clima muterà, come è naturale, e il giudizio prenderà altra forma e sostanza nello svolgimento dell’attività amministrativa.

Ogni nuova Amministrazione è tenuta ovviamente a realizzare, nei primi tempi, provvedimenti della passata maggioranza, in questo caso della giunta Barbujani, e programmare contemporaneamente il nuovo corso, quello illustrato durante tutta la campagna elettorale con gli obiettivi prefissati, le promesse dichiarate, consapevole che le cose umane non sono mai “salde”, ma sempre in “moto”, e i “tempi”, l’insieme delle situazioni date, sono soggetti a perenne “variazione” e che la politica è un’arte tremendamente difficile, poiché s’imbatte nel suo percorso attuativo in numerosi ostacoli, primo fra tutti è ciò che Machiavelli chiama Fortuna.
E’ uno snodo cruciale e delicato che segna il passaggio ad una fase successiva, complessa e delicata, che porta sempre con sé aspettative e desideri, a volte delusioni. Spesso, quando si opera bene, soddisfazioni e gratificazioni per quello che viene concretamente conseguito.
E’ necessario, perciò, saper operare con chiarezza, considerando la realtà come essa si presenta, non come noi la vorremmo nei nostri desideri, cercando di tenere saldo il nostro percorso, la passione che ci anima, sempre in tensione con ciò che si oppone, che resiste, che ci impedisce di realizzare gli obiettivi che riteniamo giusti e virtuosi.
Questo è il cammino che attende il sindaco di Adria Omar Barbierato.


gf


martedì 19 giugno 2018

L'estrema sinistra adriese e Trump

L'amico DANILO STOPPA ha voluto deliziarmi con questa sua nota sul voto degli adriesi.
Volentieri la rendo pubblica.

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mercoledì 30 maggio 2018

Elezioni Adria



Perché ad Adria è necessario votare la lista Impegno per il Bene Comune
con il candidato sindaco Omar Barbiereato

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Esaminando i fallimenti del Centro-Sinistra nelle pubbliche Amministrazioni odierne ci accorgiamo che, anche da noi, sono in atto uno sfinimento dei partiti conosciuti e una visibile decadenza che continua ancora oggi.

Ad Adria l’ultima Amministrazione di Centro-Sinistra terminò nel 2009 con l’avvento di Barbujani e la sua lista personale, con il Centro-Destra alleato.
L’esperienza Lodo, sindaco indipendente dal 2004 al 2009, aveva segnato una speranza per il Pd appena nato e per gran parte dei cittadini adriesi. Tuttavia, alla scadenza del suo mandato elettorale, non fu possibile continuare quel percorso per gli eccessivi antagonismi, le ambizioni mai sopite, e le meschinità diffuse in alcuni partiti della coalizione, che spensero quello spirito civico di cittadinanza che stava germinando con fatica.
Spinello, candidato dei Democratici, subì così la sua prima sconfitta nel 2009. Altre due arrivarono dopo, sotto la sua guida, con Ruzza e Zambon rispettivamente.
Il Centro Destra, con i suoi alleati e aggregati, con il suo Bobo tuttofare, ha potuto così sgovernare con due curiose interruzioni nelle elezioni successive del 2011 e 2016.
In questi anni del governo cittadino della Destra, con le sue diverse sfumature, le opposizioni hanno cercato invano di recuperare i consensi, perduti per loro gravi incapacità e inadempienze, soprattutto del Pd e di chi l’ha diretto per troppo tempo.
Ora, l’alleanza maligna tra Bobo e Spinello, complice Cavallari candidato, ha gettato stupore e scompiglio negli elettori del Partito Democratico, increduli di tanta funesta acrobazia.
Solo la lista civica di Barbierato ha saputo cogliere i mutamenti in atto nella società adriese, e con difficoltà, tenacia e competenza, è riuscita a porre le basi tra la gente per un’alternativa credibile per la Città, ridando fiducia a tutti coloro che sono in attesa di un rinnovamento. Di una nuova stagione democratica e partecipativa per i cittadini.

Il Massimo Bobo passerà, quindi, alla storia locale per aver contribuito in due occasioni all’interruzione naturale del Consiglio Comunale, e all’arrivo del Commissario prefettizio Carmine Fruncillo. Per questo e per l’affare dei borghi sarà ricordato nelle cronache adriesi future. Fino all’anno 2035.
Spinello, invece, durerà un anno in più del suo nuovo alleato per aver inanellato tre sconfitte consecutive nell’arena adriese di palazzo Tassoni, sede del Municipio, e per la sua lunghissima carriera politica.

gf

martedì 15 maggio 2018

E. Berlinguer e la Politica


Il Centralismo democratico ingentilito

La politica, in un giorno qualsiasi, ci sceglie in modo diverso e  quasi mai non ci abbandona.

Il Presente largo straripava in ogni direzione, inglobava elementi residui del ‘900; esondava nel vicino futuro, trascinando con sé una fiumana di essenze, di passioni, incerti nella direzione intrapresa.
Gli uomini con razionalità e sentimento costruiscono i loro sentieri, con affanni, conflitti e serenità: soffrono e gioiscono, quando le mutazioni prendono corpo e forma.


Il centralismo democratico che E. Berlinguer illustrava nella pubblicazione del 1977  Austerità..[1] rilevava l’importanza del confronto dialettico nel Pci, il suo partito, e “la non ammissibilità delle correnti e delle fazioni, nella piena libertà di opinione e di proposta.” Davanti a difformità di pensiero, affermava, si può scegliere di votare, e la proposta che risulta maggioritaria “diventa la posizione di tutto il partito e tutti, quindi, sono tenuti a rispettarla e ad applicarla.. salvo sempre il diritto di conservare la propria opinione” e di riproporla nelle sedi previste dallo statuto.
Forse, in questa stagione, nel Pd, contaminato da culture diverse, ci sarebbe bisogno di un centralismo attenuato, ingentilito, per evitare le sciagure del risentimento e delle fratture. Ciò aiuterebbe a interpretare le imprevedibili dinamiche sociali con più attenzione e a tenere sotto controllo le ambizioni e le partigianerie sempre latenti.

In un’intervista, rilasciata a Taboola nel 2012, il filosofo e studioso G. Sasso  dichiarava che il Segretario Machiavelli “pretenderebbe che gli uomini politici fossero completamente diversi da come sono oggi” di avere “una maturità e un dominio assolutamente eccezionali, poiché nell’ambito della sua esperienza politica “questo è il regno più drammatico dell’esperienza umana, quello in cui si corre in ogni momento il rischio di essere travolti. Se ci si abbandona alle lusinghe del potere, trasformando in personale vantaggio la potenza della politica, si passa dalla tragedia alla farsa.”

Ora, indubbiamente, c’è urgente necessità di conoscere il nuovo e per noi inesplorato terreno nel quale si esercita il governo della cosa pubblica. Con gli uomini in moto, diversi tra loro, uniti, tuttavia, nel viaggio che ci turba e affascina.



[1] E. Berlinguer, Austerità Occasione per Trasformare L’ITALIA – Ed. Riuniti 1977

martedì 27 marzo 2018

Il presente esteso








I giornalisti da qualche tempo invidiano i social, li amano: per questo si notano spesso nelle tv, formulando sovente domande, già concordate prima, ai politici di turno.

Nei quotidiani i retroscena narrano una politica intrigante, guerriera, con vocaboli di aspro conflitto, soprattutto nelle file del Pd, rinsecchito dal voto.
Tra i giornalisti merita un mezzo plauso T. Ciriaco che, nella sua nota su la Repubblica del 13 marzo, si lascia sfuggire parole come guerra per finta, riferendosi al dibattito nella sede del Pd nazionale; sfida per la vita per scegliere i nuovi capi gruppo al Parlamento, e poi renziani e antirenziani in un gioco drogato e muscoloso che sarebbe in corso tra le file del partito democratico.
La sensazione che traspare genera fastidio, incomprensione, sfiducia nella politica in generale, quasi non ci fosse più il momento della sintesi, della crescita, del risultato raggiunto in tanto ruvido dialogare. Tutto è ridotto a lotta senza fine.

Finge di dimenticare Ciriaco che nelle vicende politiche la dialettica deve necessariamente essere gagliarda, sobria e vivace. Il conflitto, direbbe Machiavelli, è ineliminabile nelle vicende umane, non è un aut aut. Solo se non controllato, autodisciplinato genera rotture e dolorose sciagure per il bene di tutti. E’ questo l’insegnamento da raccogliere.

Il segretario dimissionario Renzi ha forse pagato per un eccesso di necessaria conflittualità, prolungatasi  per poi attenuarsi, quando il cambiamento non è stato più ritenuto sufficiente per molti che lo avevano invocato e per i tantissimi che lo avevano osteggiato dentro e fuori al suo partito.



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BO_BO



La ricaduta di Barbujani, Bobo per la moltitudine adriese, merita attenzione, stupore e un’ammirata considerazione. Il sindaco spavaldo è riuscito a ripetere l’impresa di farsi sfiduciare per la seconda volta. La prima fu nel 2012 e gli portò fortuna; la seconda nel 2018, e i cittadini adriesi attendono ora con ansia il risultato elettorale che arriverà tra poco.
Non ha importanza chi sarà il vincitore, se qualcuno della sua cerchia o altri sconosciuti in questo momento.
 Il Massimo Bobo passerà alla storia locale per aver doppiato l’interruzione naturale del Consiglio Comunale con lo stesso Commissario prefettizio, Carmine Fruncillo.
Per questo e per l’affare dei borghi sarà ricordato nelle cronache adriesi future. Fino all’anno 2035.



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Il presente largo, dilatato ed esteso include necessariamente esistenze, storie e avvenimenti diversi, contrapposti. Forse per questo si usa il termine “Età di transizione.”
- Stai forse pensando al tempo, al suo fascino e al suo dispiegarsi o invece ti sembra d’essere intrappolato dalle cronache politiche di questi giorni di primavera?-
Tullio sorrideva tra sé, consapevole che lei lo avrebbe notato. Non era necessaria una risposta alla sua riflessione silenziosa.






26/03/2018

lunedì 19 marzo 2018

IL GRANDE DISORDINE DEMOCRATICO








IL REPUBBLICANO Machiavelli ben conosceva quali fossero gli argomenti degli oligarchi contro il governo popolare: essere follia affidare alla massa, composta dagli strati inferiori della società, i meno dotati di mezzi culturali e materiali, il potere superiore a tutti, la possibilità di contribuire a decidere delle sorti di uno Stato. Commentava nei suoi Discorsi che è vero che «il popolo molte volte ingannato da una falsa immagine di bene desidera la rovina sua», che il pericolo massimo lo si ha «quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dagli uomini»: allora «si viene alla rovina di necessità». Continuava sottolineando «l'inutilità di una moltitudine» senza buoni capi. Ed ecco il rimedio che indicava: la combinazione della difesa dei diritti del popolo e la protezione dei suoi bisogni con la presenza di leader capaci e probi. Secoli dopo, Mazzini — edotto dalle drammatiche traversie del suffragio universale nella Francia tra il 1848 e il 1852 — riprendeva nella sostanza le riflessioni di Machiavelli. Era un fervente democratico, ma capace di guardare a sua volta con lucidità al nocciolo del problema già posto dal fiorentino. Scriveva: «Date il suffragio a un popolo che non vi è preparato» e la conseguenza sarà che «esso lo metterà in vendita o ne farà un cattivo uso, verrà introdotta l'instabilità in ogni parte dello Stato; diventeranno impossibili quelle grandi concordanze di opinioni, quei progetti per il futuro, che rendono la vita di una nazione forte e progressiva». La «grande e bella insegna» della democrazia è l'educazione delle masse da parte di una classe politica all'altezza dei compiti della direzione della cosa pubblica, è «il progresso di tutti per opera di tutti sotto la guida dei migliori e dei più saggi ».
Siamo in preda in Italia, in Europa, in America e nel mondo ad un grande disordine democratico. Dovunque, in misura maggiore o minore, assistiamo al ritorno sulla scena di demagoghi che puntano sul populismo, all'emergere di élite politiche sentite dalle masse come chiuse e sorde, alla predicazione di soluzioni semplicistiche e promesse miracolistiche, al consolidarsi di dominanti oligarchie economiche cui corrisponde una enorme crescita delle diseguaglianze di potere, sapere e reddito, che inducono i ceti impoveriti a voltare le spalle alle forze politiche da cui si sentono deluse e a rivolgersi a quelle ritenute capaci di dare risposte al loro malcontento. Negli Stati Uniti il sistema è in mano vuoi delle dinastie presidenziali vuoi dei demagoghi come Trump, in Europa abbiamo, le due Le Pen, gli Hofer, i Salvini, gli Orbán, i Farage, ecc. Gli orientamenti e le scelte degli elettori — lo vediamo dopo l'esito del voto sul Brexit e delle elezioni presidenziali in Austria — hanno ravvivato il dibattito su virtù e vizi della masse popolari. È chiaro che la voce del popolo non è la voce di Dio. È la voce della somma degli individui che li compongono, il prodotto del grado e del tipo di cultura, delle preferenze soggettive che si sommano e delle scelte che ne derivano, che poi inducono gli eletti a esaltare o deprecare la coscienza del popolo. Così è sempre stato. Ma nei tempi in cui viviamo qualche cosa di qualitativamente nuovo si è affacciato all'orizzonte e si è imposto. Quando, a partire dalla seconda prima metà dell'Ottocento, il suffragio andò a mano a mano estendendosi fino a diventare universale, i nuovi partiti di massa dei diversi orientamenti accompagnarono il processo, organizzarono le schiere crescenti degli iscritti e degli elettori, costituirono sedi permanenti sul territorio divenute luoghi di socializzazione e di discussione, si dotarono di una gerarchia che dal basso arrivava alle élite passando attraverso una struttura di quadri intermedi. Le masse informi presero così forme, e andarono al voto con programmi e guidate da leader — non pochi dei quali usciti dalle file delle stesse masse — nella maggioranza di notevole e spesso alta statura intellettuale, capaci di tenere discorsi e di scrivere saggi e libri importanti. Per carità! Non era la sovranità del popolo vagheggiata da Rousseau, ma nondimeno una partecipazione alla cosa pubblica di un popolo orientato e diretto da capi, come chiedeva Machiavelli. Oggi il popolo è disperso, come abbandonato; i partiti sono le ombre del loro passato; e, divenuti liquidi, lasciano liquide le masse, che guardano da una parte e dall'altra in preda a rapidi e ampi ondeggiamenti, immiserite dai messaggi che ricevono da leader scadenti, chiacchieroni, molti dei quali incapaci di tenere la penna in mano. Non tutti, per fortuna, ma certo la gran parte. La coscienza del popolo — come ha spiegato magistralmente Sartori — si forma (o deforma) ormai soprattutto di fronte agli schermi televisivi. È in tutto ciò la sostanza del grande disordine democratico in atto. Come e quando si possa porre rimedio ad esso, chi scrive non presume di saperlo. Ma di una cosa possiamo essere sicuri. Se non rinasceranno partiti organizzati ed educatori, se non si ricostituiranno élite politiche e leader degni di questo nome, la notte della democrazia, realisticamente intesa alla Schumpeter (e quale altra?), è destinata a oscurare le nostre società, come è già capitato tra le due guerre mondiali e oltre. La qualità della coscienza del popolo è inevitabilmente lo specchio di quella di chi sarebbe chiamato a plasmarla.

Massimo L. Salvadori  
06 luglio 2016 sez.