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venerdì 3 ottobre 2014

AMOLARETTA



 ENEA



Ultimo, cugino di Enea, si stupì quando qualcuno evocò le bombe d’acqua: le scambiò per un’arma potente.
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Enea, in disparte, manifestava disagio, pur distratto dalla bellezza di Giorgia, dalle sue fattezze armoniose.
C’èra una passività contagiosa che egli non sopportava: la gente s’impoveriva, le libertà si restringevano e l’Europa poi s’allontanava dalla speranza e s’accartocciava dentro egoismi nazionalistici.
Nessuno provava indignazione. Zitti tutti, in attesa del pasto. Il suo pensiero mugugnava, tribolava.

-          Barbara tocca a te salutare i nostri amici. Sei tu che hai voluto la cena, ricordi?
-          No, caro Tullio, non è proprio così: ti stai sbagliando questa volta. Risponderò solo ai dubbi di Arduino; dopo di te. Nel frattempo possiamo assaggiare quel vino rosato, quello del Salento che ti si addice?

Stronzate, pensava Enea, scarabocchiando sul foglio di carta che teneva vicino. Le solite chiacchiere e nessuno qui pensa alla città, a questa Amministrazione incapace di progetti, di disegnare il futuro: uno a caso. C’è bisogno di una lista per l’elezione futura. Con gente nuova. Altro che belle parole.


Località Amolaretta evocava nomi elfici, come il Castagnaro, che l’accarezzava con le sue acque, dopo aver mutato il nome più volte negli anni.
L’abitazione di Barbara e Tullio s’affacciava sul fiume e nelle ore notturne lo sentivano bisbigliare, come se narrasse qualcosa a quel luogo, al terreno lì accanto, alle erbe e fiori viventi.

Arduino attendeva curioso le parole di lei, la signora, come lui scherzosamente la chiamava. Gli altri erano già arrivati al gelato e al caffè; qualcuno si era fermato alla frutta. In attesa.
Dopo aver ringraziato gli amici e i compagni, Barbara non intendeva certo lasciarli andare, così su due piedi, senza nulla dire. Aveva ascoltato con attenzione le discussioni fiorite di tutti, alcune impreziosite di retorica, altre quasi rassegnate. In particolare era stata colpita dalle parole infuocate della giovane Chiara, da quelle di Enea, cariche e pesanti di riferimenti, di storie vissute: sferzanti e sfottenti come al solito.
Alla domanda che fine avrebbe fatto la Sinistra con le sue diverse propaggini non voleva dare risposte: si rifiutava, anche se Arduino aveva insistito ripetutamente.      
Non sono una cartomante, pensava, non posso conoscere ciò che avverrà e anche se lo sapessi non lo direi. Riteneva, infatti, irrilevante la questione, priva d’interesse. Sapeva dell’esistenza di tutti noi, diversi, cangianti nello scandire delle ore che danzano assieme e ci fanno compagnia.

-          Che faremo di questi luoghi di sosta, di amori, di silenzi, di amicizie e di conflitti? Questo mi appassiona cari amici. Gli strumenti, anche se efficaci e spesso non lo sono, non sostituiscono la passione per la vita e l’Eros che possediamo pulsa sempre dentro di noi. Senza sosta.

Tullio stava in silenzio ad osservare Chiara, luminosa e attenta. Enea sorseggiava, invece, il suo rosato. Imperturbabile.

-          Non ci ha detto nulla, te l’avevo detto Arduino. E’ fatta così.
-          Sai Enea a volte t’invidio, sei disgustoso nelle tue elucubrazioni catastrofiche, seraficamente pessimistiche, poiché non ti passa mai la voglia d’indagare, di rovistare nelle carte e nel pensiero alla ricerca di una politica alternativa.

domenica 31 agosto 2014

Retratto



La cena



Bisogna ritrarsi, pensava, tornare indietro, frugare tra il pensiero, anche in quello degli altri, degli avversari, se ancora esistono. Camminare nell’alveo del fiume dei ricordi per riportare alla luce frammenti perduti, ignorati e interrogarli, domandandosi cos’è questo scorrere del tempo, questo intrecciarsi di parole confuse, sgradevoli, nuove o appassite.
Tullio se ne stava, perciò, in disparte, leggendo le cronache e scartabellando scenari politici diversi. Cercava stazioni dove poter prendere fiato, per far ordine dentro di sé.
Non esiste un’ultima speranza, come qualcuno sosteneva, riferendosi all’attuale Presidente del Consiglio. Non è così che corre la storia: non c’è una meccanica trasposizione del passato nel presente. I timori autoritari li considerava fuorvianti, gonfiati dalla partigianeria politica del momento. Di questo era certo.
Barbara, interpellata, non sapeva e non voleva aiutarlo in questa sua ricerca del domani, di ciò che potrebbe avvenire.
Infine la mite narrazione di Vendola gli sembrava evaporata, quasi svanita in vacue discussioni dentro il suo partito, con laceranti separazioni. Si era perfino incattivita dentro le aule parlamentari e nella stampa nazionale per via dell’ostruzionismo al Senato.
Il governatore della Puglia non sapeva più quale fosse il ruolo del suo movimento. Impreparato pure lui, come tanti, in questo inizio del secolo.


Sfogliava molto lentamente il quotidiano, iniziando dalla fine, dall’ultima pagina. Arduino, stupito, la osservava con apparente distacco e non comprendeva il senso di quella operazione. Forse stava individuando le parti più significative da leggere successivamente, oppure era solo un vezzo, un’abitudine per rilassare la mente.
Barbara, per lui, era sempre una sorpresa: imprevedibile.

-          Tullio, il campanello. Vai tu, per favore? Deve essere Piero, il nostro ideologo. Manca solo lui.

I profumi della cucina, ogni tanto, facevano capolino e stuzzicavano le curiosità dei presenti: di Silvia, di Enea e di alcune sue amiche presenti.
L’incursione vegetariana nelle pietanze inquietava Arduino, conoscitore profondo della carne, diversamente coniugata.
Il tofu, il seitan erano parole sconosciute e non intendeva scendere a patti con queste vegane intrusioni alimentari. Una moda effimera, passeggera; tale la considerava.
Riluttanti nel parlare del governo e delle sue presunte accelerazioni, ciascuno dei presenti amorevolmente si dilettava con le fatue parole, leggere e colorate, con i loro profumi nascosti.
Nessuno era tentato di evocare il fiorentino Matteo, accidentalmente precipitato alla guida del governo nazionale.

domenica 27 luglio 2014

Che ne sarà di Cuperlo?



L’amico di Bussana




L’amico Cecco di Bussana mi perdonerà se lo tiro in ballo così inaspettatamente, senza preavviso. Lui che si nutre del profumo del mare e degli arbusti odorosi. Conoscitore del cibo e assiduo frequentatore delle notti liguri.
La gente della Sinistra nelle sue innumerevoli sfaccettature l’ha frequentata con passione, in quei suoi luoghi di svaghi, di iniziative politiche, di sdrucciolamenti e riprese.
Ora, caro amico, mi sembra utile riposizionare le idee, in questo scorcio del tempo che ci accumuna. Che ci rende vicini.

Che ne sarà di Cuperlo e degli altri che lo sorreggono e poi di quelli che si distinguono ancora, affaccendati tra loro in Parlamento e nei territori? E le lingue diverse dei Fassina, dei Civati, degli affezionati alla Ditta bersaniana, che ne sarà? Orfani di un passato svanito rapidamente: non previsto in codesto modo.
La politica vissuta ci aveva abituati a forme diverse di sistemazioni, aggregazioni, scostamenti: senza gravi accelerazioni e traumi. Così si era educata e formata la Sinistra italiana, quella del Pci e della galassia eterogenea che gli gravitava attorno. Dentro un utero accogliente, protettivo con il suo 30% circa di elettori affezionati.
La Storia, invece, ha preso altro vigore, tracciando un diverso itinerario qui in Italia e in Europa; e noi a temporeggiare per evitare lacerazioni, timorosi degli eccessi individuali, dei protagonismi politici. Noi, imbevuti dagli incantatori di turno, privi di un’empatia solidale che raggruppi e tenga insieme le innumerevoli energie positive che fioriscono ripetutamente, diversamente conflittuali tra loro. Benevole, se accarezzate.
Ci sorregge, per fortuna, la concretezza bistrattata da fiumi di parole del secolo appena trascorso. Seppur “breve”.

***

Arduino comprava il suo pane al forno Cazzola, ogni mattina, e sovente incrociava Enea proprio all’altezza del ponte lì vicino. Si distraeva nel passeggio quotidiano, lasciando libere parole e suggestioni diverse, inaspettate. Soprattutto ora che si trovava in ferie.
Non riusciva, per esempio, a comprendere come il voto elettorale europeo avesse premiato esageratamente il Segretario del Pd: giovane istrione, a lui sembrava.
Si meravigliava, tuttavia, della fiducia che riscuoteva tra la gente, perfino nelle bettole adriesi e nelle feste dell’Unità, tra il personale delle cucine: volontari affezionati, nonostante tutto, al partito. Non poteva pensare che così tante persone fossero diventate improvvisamente tutte rincitrullite da affidargli le sorti del Paese, senza nessuna esperienza di governo nazionale.
Qualcosa doveva pur essere accaduto nelle menti e nei cuori di chi lo aveva votato: non poteva solo essere merito del leader fiorentino, della sua parlantina o della somiglianza, come qualcuno maliziosamente affermava, al Berlusconi giovanile del passato.

A cena da Tullio porterò stasera del vino: Rosato del Salento. Mi sembra proprio indicato per lui. Anche Enea approverebbe sicuramente. Si mangerà vegano, mi è stato riferito: spero che la cuoca non voglia esagerare con queste mode alimentari.


lunedì 7 luglio 2014

All’ARCI da Silvia




 Nei salotti

La pubblicità, che sommerge la nostra quotidianità, soprattutto quella delle tv tradizionali, generaliste, da tempo si è specializzata nelle sue apparizioni giornaliere diventando il programma vero.
Nei salotti delle conversazioni, della politica veloce e paludosa, i messaggi pubblicitari si rincorrono, cinguettano tra loro, si offrono al pubblico vestendo colori diversi, affittando vocaboli sproporzionati, ammiccando al sottile e inconfessabile desiderio dell’essere umano: il potere narcisistico. Spaziano nelle praterie dell’inconscio e narrano le nostre possibili storie. Fattibili o ingannevoli perché così piace a noi. Lo spettacolo è questo.
Giornalisti, politici, uomini di gusto si esibiscono con pudore apparente, mascherato, per azzuffarsi teneramente in diretta tv: si limitano a riempire lo spazio scadente a loro riservato. Nella pausa si può, come di consueto, andare al bagno o a preparare il caffè, lasciando che chiacchiere compiacenti si trastullino tra loro. In attesa che riprenda il programma dei nuovi dentifrici in arrivo o dell’ultimo telefono tascabile, depositato nell’auto meravigliosa e scintillante che affascina, contagiosa, che sparge attorno il suo profumo. E’ un godimento dell’animo scoprire queste nuove avventure.
Il trasloco delle parole potenti, quelle che contano veramente, che muovono denaro, si è da tempo avverato. I talk show sono i riempitivi. Inutili per comprendere.

La legge elettorale in arrivo, predica Renzi, dovrà garantire governi stabili. Questa ossessione la si può forse comprendere solo volgendo lo sguardo al passato, nel dopoguerra secondo quando, pur con i governi ballerini, balneari, precari e brevi nella durata loro, non si alterava la natura di quelle alleanze che avevano nella DC il partito guida, inamovibile, che garantiva in ogni caso la “governabilità” dell’Italia. I governi tutti erano, quindi, sotto tutela della Balena Bianca.
Ora, dopo la fine dell’Urss, è necessario avere lo strumento che garantisce le alternanze ai governi. Ecco spiegata questa sana passione dell’Etrusco fiorentino.

-          La Sinistra si divide, amico mio, si spezzetta e poi si riunisce, si riattacca più in là. Questo movimento perenne non è esercizio inutile, sostiene Barbara, sprecone pasticcio dei cuori e del pensiero. Forse risponde ad un bisogno profondo, insopprimibile.

-          Stai dicendo sul serio o mi stai prendendo per i fondelli?

Tullio non rispondeva, lasciando Enea perplesso, in compagnia di pensieri fugaci.
E’ uno stronzo, quando sentenzia così: colpa di quella signora e della sua amica. Non riesco a capirlo: ripete i soliti concetti, fa dell’ironia. Non ha coraggio di dire con chiarezza quello che pensa. E’ un sostenitore del Pd, così di moda con il suo Segretario.

All’Arci da Silvia si stava già festeggiando col prosecco l’approdo al Parlamento europeo degli eletti di Tsipras. Solo i seguaci infelici di Sel sembravano tristi e preoccupati: non avevano prevista la “dolorosa” separazione dei loro parlamentari in Italia e la frattura nel partito di Vendola.
Da Venezia, nel pomeriggio, era arrivato Pietro con il treno per rincuorare e istruire i dubbiosi, lasciando sfogare i pochi rancorosi presenti.

-          Che ci fa il tuo compagno ancora qui? Che cosa ha intenzione di raccontarci questa volta?
Enea, gelido e immobile, guardava Arduino con indifferenza. Il postino sarcastico non gli era mai piaciuto, soprattutto in questi tempi carsici, burrascosi.
Silvia, nel frattempo, era arrivata con il thè, allontanando quasi subito il malumore presente: sorrideva fra sé, mentre le parole attorno s’intrecciavano, spingevano di qua di là le persone presenti e chiassose festeggiavano pure loro. 

sabato 31 maggio 2014

La decrescita felice di Latousche




 Nell'orto di Tullio



- Eravamo stanche, stressate dal vociare, dall’insulto gratuito e programmato, invocato negli animi più insani degli attori onnipotenti, così si ritenevano i nuovi e vecchi politici coccolati ed elogiati dagli esperti massimi della comunicazione. Urgeva porre fine a questa barbarie.
Bene, quindi, l’intervento che abbiamo fatto: mutare il significato semantico di alcuni vocaboli. Alcuni depotenziandoli, sminuendoli, quasi facendo scomparire la loro natura; altri, rendendoli potenti, soprattutto quando penetravano nelle menti e nei cuori dei destinatari. Per esempio: il termine urlato “vinceremo” s’afflosciava in uscita per diventare “abbiamo paura.” Così il comico stralunato non s’accorgeva della mutazione avvenuta.

I morfemi, in assemblea riuniti, ascoltavano attenti la relazione introduttiva dell’oratore designato. Con i fonemi invitati che festeggiavano felici.


Non era questa la decrescita felice agognata da Latousche,[1] quella che studiosi e politici insieme, pochi per la verità, avevano sognato nel vicino passato, negli anni dello sviluppo economico bulimico e sprecone.
Ora l’Unione Europea, prigioniera della sua breve storia, lacerata e divisa, si tormenta non sapendo con chiarezza quale ruolo avere in questo secolo nuovo. Soprattutto non sa riconoscersi veramente, non sa guardarsi allo specchio.
L’Italia sminuzzata nei suoi particolarismi sembra la stessa che con dovizia descriveva Guicciardini, toscano contemporaneo di quel Niccolò Machiavelli, segretario della Seconda Cancelleria di Firenze. Colui che fondò il mondo dell’agire politico; ignorato nel nostro Paese per lunghissimo tempo e ancor oggi assai poco conosciuto e studiato.

- Se solo avessimo potuto conoscere meglio il nostro passato e come arrivammo all’unificazione, con grave ritardo e peripezie varie, oggi forse sapremmo coniugare diversamente le mutazioni e le difficoltà, memori del Rinascimento e la Beltà non ci sarebbe così estranea, da rincorrere per acciuffarla, assaporarla.

-Era diverso, caro Tullio, il mondo che sognavamo ascoltando i versi poetici dei cantori sardi, nelle calde serate estive trascorse insieme, discutendo fino all’apparire dei primi bagliori mattutini. In compagnia del Vermentino.

-Penso che tu abbia ragione, amica mia.

Nell’orto di Tullio, Barbara coltivava lattuga e pomodori e non si stupiva del risultato elettorale.
- Non è forse un etrusco il vincitore Renzi?
- Certo che lo è. Proviene dalla patria del Rinascimento – rispondeva Berenice. - In quell’Etruria dove approdammo tempo fa, non dimenticarlo.



[1] G. Latousche, il filosofo della decrescita felice, riteneva Berlinguer essere a lui vicino, quando nel lontano 1977 il segretario del Pci invocava un radicale cambiamento della nostra società.
..“L’austerità è il mezzo per contrastare e porre le basi al superamento di un sistema entrato in una crisi strutturale. Un sistema dove sprechi, sperpero, esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenato alimentano un consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà e significa giustizia.”
E. Berlinguer, Conclusioni al Convegno degli intellettuali. ( Roma, 15-11-1977)